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venerdì 16 luglio 2010

Ma è in Puglia che si deciderà il futuro…


Ma è in Puglia che si deciderà il futuro…
di Salvatore Tatarella


"Articolo pubblicato sul numero di luglio della rivista “Formiche”


Dove va e che farà Gianfranco Fini? Sono in molti a porsi oggi questa domanda. Naturalmente se la pone anche Silvio Berlusconi che, però, spesso ama scherzare anche sulle questioni più serie, affidandosi a qualche barzelletta. E così, da qualche settimana e per sua iniziativa, circola insistentemente quella dell’ex missino che, per sapere cosa intenda fare l’amico Gianfranco, si rivolge speranzoso alla lampada di Aladino. Barzellette a parte, prima ancora che interrogarsi su cosa voglia fare Gianfranco Fini, credo che il premier farebbe bene a riflettere meglio su cosa intenda fare lui per primo. Abbiamo appreso che conta di vivere sino a 120 anni e che intende governare ancora a lungo, perché in Italia, sia nell’opposizione che nella sua stessa coalizione, non c’è uno che possa fare come e meglio di lui. Naturalmente, il Cavaliere questi propositi si è ben guardato dall’esporli all’Ufficio di Presidenza o alla Direzione nazionale del suo partito. Fedele al suo personaggio, ha preferito una più amicale cena, non ricordo bene, se a Roma, con gli impomatati ragazzotti e le scosciate ragazzotte dei suoi Promotori della Libertà, o nella capitale della Bulgaria, con il critico d’arte Vittorio Sgarbi e l’ex gorilla Boyko Borisov, oggi premier di quel paese. Anche noi, prima di guardare alle intenzioni di Fini, dovremmo cominciare a riflettere su quelle di Silvio Berlusconi. Senza inutili allarmismi e augurandogli personalmente anche 150 e più anni di vita, ma con la maturità e il senso di responsabilità, che sempre debbono connotare la classe dirigente di un partito, che conserva l’ambizione di guidare ancora e a lungo il nostro Paese, anche dopo e senza Silvio Berlusconi. Capisco
che un tema come questo possa infastidire e indignare la categoria dei giullari e dei cortigiani che, in ogni epoca, ha sempre affollato le anticamere del potere. A loro basta e avanza la favola gioiosa del Cavaliere invincibile e immortale. Per chi, invece, voglia vedere oltre la corte e oltre il proprio naso questa è la questione prioritaria e direi dirimente. Cosa voglia fare Silvio Berlusconi è fin troppo chiaro. Perché lo ha già detto più volte; perché, per storia, carattere e formazione, non è uomo che si metta spontaneamente da parte; perché, infine, non ha altre alternative.
Infatti, nemmeno in questa legislatura riuscirà a fare quelle riforme, sempre promesse in ogni campagna elettorale, a cominciare da quella lontanissima del 1994, e mai realizzate: liberalizzazioni, riduzione della pressione fiscale, riforma dello Stato. Non andrà a segno nemmeno l’agognata riforma presidenzialista, per farsi eleggere Capo dello Stato direttamente dal popolo. Non gli resta, quindi, che presentarsi ancora candidato premier anche alle prossime elezioni politiche del 2013. Per la sesta volta consecutiva e diciannove anni dopo la sua prima e storica discesa in campo. Può vincere ancora? La risposta, ovviamente, Berlusconi già se l’è data. Vincerà di sicuro. Il suo ego non ammette alternative. La stessa domanda, però, è giusto che se la pongano anche il Pdl, tutto il centro destra italiano, e anche tutta quella vasta opinione pubblica, non necessariamente di centrodestra, che ha a cuore i destini del Paese. Domanda complessa e difficile, che postula una risposta meno tranciante e meno sbrigativa di quella verosimilmente data da Silvio Berlusconi. Lo scenario del Paese sta cambiando profondamente. Non è più quello che ha accompagnato sino a ieri i successi elettorali di Berlusconi. La crisi economica ha cominciato a far sentire i suoi morsi e, dopo le vacanze, si svelerà in tutta la sua drammaticità, con aziende sull’orlo della chiusura e con migliaia e migliaia di lavoratori a rischio licenziamento. Dovremo cominciare a ridurre per davvero le nostre spese, a cambiare il nostro stile di vita e a rinunciare, speriamo solo temporaneamente, a lussi, privilegi e comodità, alle quali ci eravamo da tempo assuefatti e che mai avremmo pensato di dover un giorno abbandonare. Gli anni che ci separano dalle prossime elezioni, pertanto, saranno anni duri, di conflitti sociali aspri e difficili. Penso che non sia un atto di lesa maestà, ma solo di preveggente buon senso, se, sin da ora, ci interrogassimo su “come e con chi” affrontare quella difficile scadenza.
La crisi economica, intanto, rischia di rimettere in pista la sinistra. I risultati elettorali della Sardegna, seppur parzialissimi, sono un primo, piccolissimo segnale d’allarme. E a sinistra, sembra vada formandosi qualcosa di nuovo. Berlusconi, forse, ancora non se n’è accorto, ma in Puglia le urne, e qualche plateale e imperdonabile errore dei suoi modesti luogotenenti locali, hanno svelato un nuovo leader. E’ Nichi Vendola, gay, cattolico e governatore di una delle regioni più vivaci e moderne del sud. Non nasce, come in passato è sempre accaduto a sinistra, da una selezione interna al partito o al sindacato. Non è espressione della nomenclatura. Anzi, a questa si è opposto con successo, appellandosi al popolo e sbaragliando alle primarie gli apparati e le truppe organizzate di Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, che in ogni modo e sino all’ultimo avevano tentato di sbarrargli il passo. Vendola non è affatto pago del successo ottenuto. Vuole di più e ha già avviato, prima dello stesso Bersani e di chiunque altro, la sua campagna per le primarie del centrosinistra, del quale vuole essere il candidato premier nel 2013. E’ presto per dire se ci riuscirà. In ogni caso, egli si rappresenterà come il volto nuovo della sinistra. Il volto di un irregolare, di un mistico, di un profeta. Ambizioso, cattolico, poeta e omosessuale dichiarato, ha una solida cultura umanistica, assai lontana da quella delle telenovelas e dei reality d’importazione americana. Predica la fine dei partiti, buca il video, incanta i salotti, infiamma le piazze. Suscita emozioni forti e sa parlare ai giovani, alle donne, ai deboli. Ha saputo costruire un ottimo rapporto con molti esponenti della cultura, dell’arte e della scienza. Nonostante la sua omosessualità, ha un buon rapporto anche con il mondo cattolico. Forse più intenso e, per alcuni versi, più autentico di quello soltanto esibito da molti esponenti del centrodestra. Per raggiungere il suo scopo ha fondato un suo piccolo partito e una organizzazione assai flessibile di piccoli gruppi e movimenti spontanei diffusi sul territorio, le “fabbriche di Nichi”.
Per il centrodestra potrebbe essere un avversario molto ostico. Innanzitutto, perché sarà sottovalutato. Come per due volte di seguito ha fatto Raffaele Fitto, la ex protesi del Cavaliere, collezionando due cocenti e consecutive sconfitte. Poi, perché, soprattutto rispetto a Berlusconi, alla sua sesta candidatura consecutiva, gli riuscirebbe assai facile rappresentarsi come il nuovo della politica, il Barack Obama italiano. Egli metterebbe in campo proprio la forza dirompente della novità, la stessa che ha reso sino ad oggi invincibile Silvio Berlusconi e che il Cavaliere non può più rappresentare, dopo aver dominato e caratterizzato gli ultimi vent’anni di vita italiana. Sbaglierebbe di molto il Cavaliere se pensasse di poter vincere agevolmente la partita contro Vendola, solo perché questi è gay, radicale, estremista e comunista. Nichi non è un estremista, non è un radicale, e anche i comunisti sono ormai una categoria del passato, che sopravvive solo nel lessico del Presidente del Consiglio. È pur vero che l’Italia, dal dopoguerra a oggi, ha sempre espresso una maggioranza elettorale moderata e non di sinistra e che, in tale contesto, sarebbe assai difficile ipotizzare una vittoria di un leader dichiaratamente di sinistra come Vendola. Questo è vero, se si ha riguardo solo ai tradizionali serbatoi elettorali della sinistra, il bracciantato agricolo nel sud e le classi operaie delle grandi fabbriche nel nord, ma questa Italia non esiste più da tempo. Classi sociali ed elettorati oggi sono molto più simili e omogenei di prima. La sinistra ha perso negli ultimi vent’anni, anche perché non si è resa pienamente conto dei grandi cambiamenti intervenuti nella società italiana. Il suo elettorato di riferimento stava cambiando e la sinistra non se ne avvedeva. Vendola, invece, sembra essersene reso conto per primo. Il suo elettorato non è più solo quello tradizionale della vecchia sinistra, e meno che mai la sua frazione estrema e radicale, ma quello, molto più vasto, che, in larga parte, confina e coincide con quello del centro destra. Un elettorato di giovani e di donne, di commercianti, impiegati, artigiani, agricoltori e professionisti, sostanzialmente borghese, urbano e moderato, ma deluso, preoccupato, spaventato e in cerca di coraggiose e innovative risposte ai nuovi e pressanti problemi posti dalla società. Un elettorato anche assai mobile e poco ideologizzato, che vota, scegliendo di volta in volta l’offerta politica più convincente e il leader al quale affidarsi. Per gli ultimi vent’anni ha scelto sostanzialmente sempre e solo Silvio Berlusconi, ma domani, di fronte a un leader nuovo, più giovane, e sopratutto capace di suscitare nuovi sogni e nuove rappresentazioni, potrebbe fare scelte diverse.
Per evitarle e prevenirle, a Gianfranco Fini non resta che scendere in campo in prima persona e lanciare la sfida della sua leadership.
Al Pdl, a tutto il centrodestra e al Paese intero. Subito, senza timori e senza ulteriori cautele e tatticismi. Il tempo, ormai, corre veloce e Fini potrebbe averne anche poco a sua disposizione. Invero, a tanto avrebbe già dovuto pensare per tempo lo stesso Silvio Berlusconi che, però, come spesso è accaduto ai grandi della storia, non ha mai pensato a costruire la sua successione. Anzi, egli continua a pensare di essere indispensabile al Paese e a protrarre oltre ogni limite la sua stagione politica. Da qualche tempo, Fini lancia segnali, pone problemi, suscita discussioni. Storica, perché del tutto impensabile per un uomo come Silvio Berlusconi, la sua mano alzata e la sua sfida, quasi fisica, alla Direzione Nazionale del Pdl. Quella di Fini, a volte, è una salutare azione di stimolo, a volte, di freno. Le sue posizioni in tema di Mezzogiorno, difesa dell’unità nazionale, lotta alla criminalità organizzata, prerogative del Parlamento e libertà di stampa sono state tutte esemplari e di generale consenso, ma resterebbero pur sempre poca cosa, se non fossero espressioni di un disegno più grande e più vasto. Quello di rappresentare la continuità del centrodestra dopo Silvio Berlusconi, il ritorno alla normalità di un centrodestra plurale, europeo e democratico, dopo l’avventura straordinaria e necessariamente unica del suo fondatore. Non si tratta solo di soddisfare una pur legittima ambizione personale. È molto, molto di più. È la sola, possibile risposta da destra a una sinistra nuova e diversa. La sola carta spendibile per una destra, che non voglia assistere, ferma e vecchia, al suo prematuro tramonto. Fini, dunque, è finalmente giunto innanzi al Rubicone della sua vita. O lo varca e si impone come leader di un nuovo centrodestra italiano, o resta imbrigliato, forse per sempre, nella palude di un tatticismo esasperato e inutilmente prudente. Con lui non ci sono più gli ex colonnelli, che lo hanno abbandonato, compiendo una scelta comoda e miope. Con lui, invece, c’è una nuova linfa vitale, c’è il consenso fresco, forte e convinto di una larghissima e matura opinione pubblica. Sono le sue nuove e più fedeli legioni. Quelle che, forse, solo vent’anni fa, quando era ancora il leader di una destra minoritaria e radicale, non lo avrebbero degnato nemmeno della loro attenzione, ma che oggi guardano con grande interesse al solo leader italiano, che ha dimostrato di saper guardare lontano, non temendo di tagliare, se necessario, qualche inutile e vecchio legaccio. Dargli il giusto consiglio su “come e quando” lanciare i suoi dadi, non è facile, anche se una cosa resta certa. Le leadership non si ereditano, si conquistano. E il momento sembra essere giunto. O si pone ora alla guida di un nuovo e moderno centro destra, conquistando e costruendo quel partito che ancora non c’è, o sui colli di Roma spunterà presto un nuovo leader. E questa volta potrebbe non essere di destra.

sabato 15 maggio 2010

PdL, tre proposte per diventare il “Partito della Legalità”


PdL, tre proposte per diventare il “Partito della Legalità”
di Italo Bocchino


Probabilmente ha ragione il ministro Alfano quando dice che non c’è una nuova Tangentopoli in vista. Al momento non sembra infatti emergere un sistema che coinvolge partiti, correnti organizzate e singoli esponenti politici, come accadde all’inizio degli anni Novanta.
Allo stesso tempo, però, non si può derubricare tutto alla magica formula del “caso isolato”, perché la moltiplicazione di questi casi sta allarmando l’opinione pubblica. Se non c’è un sistema – e a nostro giudizio non c’è – si registra indubitabilmente un abbassamento del livello di etica pubblica che deve contrassegnare quella che Fini definisce la “buona politica”. E ci sono tanti – troppi – episodi di malcostume che al di là delle implicazioni penali e delle eventuali responsabilità dei singoli rischiano di allontanare gli italiani dalla politica.
In questi giorni gli italiani leggono e sentono di parlamentari privilegiati per l’acquisto dei biglietti della finale di calcio della champions league, di deputati che si lamentano perché vengono multati se prendono la corsia degli autobus e dei taxi e di chi addirittura propone un aumento di stipendio ai politici che fanno fino in fondo il loro lavoro per cui sono certamente ben retribuiti.
Si legge di richieste di arresti e di condanne per peculato, di accuse alla politica di collusione con la mafia in Sicilia, con la ‘ndrangheta in Calabria e con la camorra in Campania, di inchieste a Perugia, a Roma, in Sardegna, con il coinvolgimento di nomi altisonanti anche del Pdl.
Ogni giorno c’è un aggiornamento su liste di nomi nero su bianco o sussurrate nelle redazioni dei giornali e in Transatlantico. Il tutto dopo le dimissioni di Scajola dovute a una forte pressione dell’opinione pubblica e della stampa per la semplice ragione che il ministro non riusciva a spiegare quello che era accaduto in occasione dell’acquisto del suo appartamento romano.
Adesso, al di là delle responsabilità penali che spetta alla magistratura provare in un clima di garantismo assoluto, è evidente che c’è una deriva che richiede una risposta ferma, immediata, chiara ed evidente, anche e soprattutto da parte del Pdl in quanto primo partito italiano e partito locomotiva della coalizione di governo. Il Pdl dovrebbe approfittare di questa occasione per offrire una ulteriore e nuova lettura della sua sigla, divenendo con i fatti il “Partito della Legalità”, isolando eventuali responsabili di episodi dannosi per la sua immagine ed evitando che questi argomenti siano appannaggio della Lega nel centrodestra e dell’Italia dei Valori nel centrosinistra.
Per diventare il “Partito della Legalità” ci permettiamo di avanzare tre proposte. La prima è la sottoscrizione di un codice etico, sulla scorta di quello approvato dalla commissione Antimafia, per tutti gli eletti del Pdl in ogni assemblea e per quelli nominati in ogni società o ente su indicazione del partito. La seconda è l’adozione dell’anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati con la pubblicazione sul sito ufficiale del partito dei dati reddituali e patrimoniali di quelli che grazie al Pdl percepiscono un emolumento. La terza è l’accoglimento della proposta di Generazione Italia, che per prima ha chiesto di adottare un iter fulmineo per approvare il ddl anticorruzione, che va anche rimpolpato nei contenuti perché così com’è appare oggettivamente da migliorare.

venerdì 7 maggio 2010

Quanti spifferi nel Pdl…



Quanti spifferi nel Pdl…
di Fabrizio Tatarella


Nel Pdl è scoppiato il finimondo perché Gianfranco Fini ha rivendicato il suo diritto a dissentire. Vuole creare una sua corrente, hanno gridato scandalizzati i cortigiani di Silvio Berlusconi.
Una novità per il Pdl? Assolutamente, no. Prima di La Russa e prima di Fini, il Pdl registrava già un nutrito elenco di correnti. Vediamo quali. Cominciamo dalle più antiche e strutturate, quella di Gianni Alemanno, raccolta intorno alla Fondazione “Nuova Italia”, quella di Maurizio Gasparri, raccolta intorno all’associazione “Italia Protagonista”, quella di Roberto Formigoni, con la fondazione “Europa e Civiltà” e quella di Lupi “Rete Italia”, vicine a Comunione e Liberazione.
Attive da anni, organizzano convegni, seminari e convention, radunando periodicamente iscritti e sostenitori da tutta l’Italia. Ad ognuna di queste correnti fanno riferimento parlamentari nazionali e europei, consiglieri e assessori regionali, amministratori e consiglieri comunali di ogni parte d’Italia. Ognuna di queste correnti raccoglie fondi e donazioni in proprio e esprime la sua, quanto si tratta di nomine e di incarichi di sottogoverno e negli enti locali e regionali.
Oltre queste, e come queste, si contano ancora: i “Promotori della Libertà” di Michela Brambilla e Bondi o “Taske Force Italia” di Frattini, Valducci, Straquadanio, correnti di stretta osservanza berlusconiana. Ancora Altero Matteoli con la Fondazione “Libertà per il bene comune”, Gianfranco Fini e Adolfo Urso con “Farefuturo”, Gaetano Quagliariello e Alfredo Mantovano con “Magna Charta”. Vi sono le correnti degli ex socialisti: quella di Renato Brunetta, con “Free Foundation”, quella di Fabrizio Cicchitto, con “Riformismo e Libertà”, quella di Stefania Craxi, con la Fondazione “Bettino Craxi”, fino a “Noi Riformatori” di Colucci. Ancora “I cristiano riformisti” di Mazzocchi, quella dell’ex socialdemocratico Carlo Vizzini, “Riformisti europei”, quella di Giulio Tremonti, con la fondazione “Respublica”, e quella di Giuseppe Pisanu, con la fondazione “Medidea”. Nessuno ha mai obiettato e protestato. Perché tanto clamore intorno a Gianfranco Fini?
Perché tanto scandalo intorno a “Generazione Italia”?

Perché io sto con Fini


Perché io sto con Fini
di Giuseppe Valditara

La direzione nazionale di giovedì 22 aprile ha rappresentato un punto di non ritorno: nel Pdl, e più in generale nella destra italiana, si è ufficialmente costituita una componente culturale che ha in Gianfranco Fini il suo principale interprete.

Fini ha posto innanzitutto un problema di democrazia all’interno del Pdl. E’ ovvio peraltro che la richiesta di maggiore democrazia e la possibilità di un dibattito all’interno del partito sono lo strumento necessario per affermare una certa visione della società italiana e un certo progetto politico.

Ma quale è dunque la identità di questa componente? Basta leggere un passo del Vangelo, Gv.8.12-19, per capire come sia decisiva, per il successo di un messaggio, la chiarezza degli obiettivi: “la mia testimonianza è vera perchè so da dove vengo e so dove vado”.

Se si ripercorrono con attenzione le dichiarazioni e le battaglie fatte da Gianfranco Fini in questi ultimi anni emerge un quadro coerente, che è a mio avviso l’essenza del “finismo”, è ciò per cui io mi considero convintamente un “finiano”.

Innanzitutto la centralità dell’idea di res publica, a cui si collega l’idea di nazione intesa come condivisione di valori fondamentali e desiderio di un futuro comune.

Da qui due conseguenze: il primato dell’interesse generale sugli interessi particolari e dell’idea di bene comune su quello dei singoli, così come la consapevolezza che la nazione non ha una identità etnica, ma ha un carattere essenzialmente culturale che si fonda su una scelta: io amo l’Italia, io merito l’Italia, perchè credo nell’Italia e in ciò che essa rappresenta. La nazione non come un fatto ineluttabile, aprioristico, ma come un atto di volontà.

Il secondo punto è una rinnovata e non qualunquista, non demagogica riproposizione della questione morale. Nessuno ha titoli per scagliare la prima pietra, ma così non si può più andare avanti, la res publica rischia di affondare sotto un tasso di illegalità diffusa che tocca trasversalmente ogni settore della società. La prima risposta concreta è dunque la centralità delle regole, la questione del primato della legge e del suo rispetto. Insomma la questione della legalità.

Con essa va di pari passo il rispetto verso le istituzioni, tutte le istituzioni, e un ruolo non certo secondario hanno le istituzioni rappresentative della sovranità popolare, a cui spetta fare le regole, innanzitutto il Parlamento, e la magistratura, che quelle regole deve far rispettare. Ovviamente una magistratura che sia messa nelle condizioni di allontanare da sè interpreti deviati, cancellando il correntismo e introducendo il principio di responsabilità al suo interno.

Ma se esiste un interesse generale della res publica e valori fondamentali comuni della nazione è evidente che occorre saper unire e non dividere, c’è bisogno di una politica che sappia ricomporre le fratture della società, che ristabilisca rapporti di collaborazione e di dialogo civile tra maggioranza e opposizione. Da qui la necessità che sulle regole fondamentali si proceda non per avvantaggiare una parte a danno dell’altra, ma per far sentire tutti partecipi di una casa comune.

E veniamo così alle riforme: di cosa ha bisogno la res publica?

Quale è il vero handicap che paralizza lo sviluppo? E’ quello che da almeno 15 anni a questa parte fa sì che l’Italia cresca meno degli altri Paesi. Certamente il debito pubblico.

E allora è chiaro che occorre finalmente avviare una grande, seria, coraggiosa politica di risanamento del debito pubblico che non può essere basata su provvedimenti occasionali, sui cosiddetti tagli lineari, ma su riforme strutturali, non a tutti costi popolari. Uno statista è quello che sa fare quelle riforme che servono al Paese, non necessariamente quelle che servono a vincere le elezioni. In questo contesto, pur riconoscendo l’importanza del federalismo fiscale, non è corretto rinviare ad esso ogni aspettativa di risanamento, perchè: 1) del federalismo fiscale non si conoscono ancora i costi, che probabilmente in una fase iniziale saranno elevati; 2) i suoi benefici si esplicheranno non prima di 5 anni e l’Italia non può aspettare 5 anni; 3) non risolverà nel breve periodo i problemi di risanamento e di competitività del Mezzogiorno, che non può continuare ad essere il “problema dello sviluppo italiano”.

Risanare il debito pubblico e avviare una sempre più efficace lotta all’evasione fiscale (l’altra grave emergenza della repubblica) per poi che fare?

Essenzialmente tre cose, che devono essere avviate prima del termine della legislatura, stanno infatti nel programma che legittima la nostra presenza in Parlamento:

1) abbassare le tasse sulle famiglie, sulle imprese, sulla casa;
2) investire in ricerca e istruzione;
3) investire nella lotta alla criminalità, innanzitutto per liberare dal cancro opprimente delle mafie intere aree della penisola, che non cresceranno finchè l’economia sana sarà sottoposta al giogo del ricatto criminale.

Più in generale occorre ripartire dal programma del Polo delle libertà del 1994, quel programma che non è stato ancora pienamente attuato. Bisogna dunque innanzitutto avviare una grande stagione di liberalizzazioni, che non renda più opprimenti quei lacci e lacciuoli che paralizzano la vita di ognuno e che nessuno finora ha avuto la capacità di sciogliere in modo radicale semplificando realmente la vita del cittadino.

Infine la certezza della pena. Si è parlato tanto di giustizia e di rapporti fra politica e giustizia, forse se ne è parlato troppo; si è parlato troppo poco di ciò che più interessa al cittadino: che i delinquenti una volta condannati vadano in galera e ci restino.

In questo contesto anche la politica, che richiede esperienza e competenza, e non improvvisazione, deve tornare ad essere credibile iniziando dalle candidature, e dalle nomine, evitando di dare l’impressione che ci sia una casta di oligarchi che promuove solo chi fa comodo, chi è in vario modo compiacente o personalmente utile e non chi può ben rappresentare gli interessi generali degli elettori e le esigenze di una buona amministrazione.

E così si tocca il tema centrale della riforma della legge elettorale che consenta finalmente ai cittadini di scegliere chi li deve rappresentare, senza peraltro scadere in quella compravendita di voti che è tipica del sistema delle preferenze. Ma si tocca anche il tema della occupazione politica delle società ancora controllate dagli enti locali e quello, spesso collegato, dei doppi o meglio dei plurimi incarichi della politica. Dunque sono necessarie privatizzazioni reali e non mascherate, innanzitutto per recidere le unghie ad un moderno feudalesimo che continua a gestire in modo clientelare anche l’economia e basta con i parlamentari che fanno i presidenti di provincia e i sindaci di importanti comuni o con gli amici degli amici che occupano numerose poltrone in cda di enti pubblici.

Questi sono i temi messi sul tavolo della politica italiana dal “finismo”, che a me piace chiamare destra repubblicana: se avranno legittimità all’interno del Pdl ne contribuiranno a ridare slancio e centralità, anche nel delicato rapporto con l’alleato leghista. In ogni caso dopo il 22 aprile hanno avuto una loro rappresentanza ufficiale all’interno della destra italiana e non sarà più possibile ignorarli.

: centrodestra, Direzione nazionale, Gianfranco Fini, legalità, partito, Pdl, riforme, valori

giovedì 6 maggio 2010

Serve una scossa dal territorio. Per rafforzare il Pdl


Serve una scossa dal territorio. Per rafforzare il Pdl
di Sofia Ventura


Ieri, con un’intervista a “Il Giornale”, il Ministro del Turismo Maria Vittoria Brambilla, in particolare nella sua funzione di responsabile delle Iniziative Movimentiste (sic!) del Pdl è intervenuta sul tema del ruolo di circoli, movimenti e correnti. Naturalmente, al Ministro Generazione Italia non piace e questo non sorprende. Ritiene anche che il ricorso a Internet costituisca un’imitazione di quanto già fatto con successo da Berlusconi, e magari si potrebbe sommessamente rammentare che la rete costituisce già da tempo uno strumento ampiamente utilizzato in politica, si potrebbero ricordare Ségolène Royal, Nicolas Sarkozy, Barack Obama, il fenomeno del grillismo, eccetera, eccetera. Ma non è questo il punto che più ci interessa.

Ciò che più di rilevante si trova nell’intervista del Ministro è costituito dalla sua breve spiegazione del ruolo dei Promotori della Libertà. Brambilla parla di un “movimentismo ufficiale” che risponde direttamente al leader del partito Berlusconi ed è affidato per la sua organizzazione a Ministri del governo. I Promotori della libertà vengono indicati come strumento per “allargare e radicare sul territorio il consenso del Pdl”. Eppure, è chiaro che si tratta di una struttura parallela al partito che, direttamente a disposizione del leader, può mettere sotto pressione il partito (e sappiamo del malcontento che nel Pdl tale struttura suscita) e può consentire un’azione “a prescindere” dal partito. Ma tale “movimentismo” indotto e controllato dall’alto non contribuisce a rivitalizzare e articolare in modo più compiuto il partito al suo interno. Esso, piuttosto, riflette una concezione della politica, non solo centrata sul leader (e su questo nulla di strano, siamo di fronte ad una tendenza generalizzata nella politica occidentale), ma che non riconosce le importanti funzioni che i partiti politici possono e devono svolgere anche in un contesto di politica “presidenzializzata”, dal reclutamento all’elaborazione delle politiche. Una concezione che attribuisce al leader una sorta di potere “assoluto” e tende a concepire l’organizzazione-partito come qualcosa di fluido, che può essere plasmato e riplasmato di continuo, per impedire che si creino spazi non direttamente controllati dall’alto. In poche parole, una concezione che vorrebbe perpetuare all’infinito le dinamiche dei partiti carismatici “puri” (ma sappiamo che questi partiti se rimangono tali sono destinati a scomparire con il leader fondatore), senza procedere ad alcuna istituzionalizzazione.

Non dubitiamo che questa visione crei gli entusiasmi del Ministro Brambilla e di quanti ancora non hanno voluto cominciare ad immaginare per il Pdl una vita “propria”, ma per chi crede che anche il futuro conti, è necessario continuare a porre all’ordine del giorno il tema di cosa sarà, e come sarà organizzata, la destra italiana negli anni a venire.

lunedì 30 marzo 2009

La Lega chiede conto al Cavaliere


IL MESSAGGERO.IT
La Lega chiede conto al Cavaliere, faccia a faccia col Senatur
di Marco Conti





ROMA (30 marzo) - Alla fine della tre giorni la "logica del predellino" ha avuto la meglio. Silvio Berlusconi ha glissato su molte delle questioni sollevate dai leader del partito-socio e ha indossato i panni del messia che tutto contiene e indica la rotta senza proccuparsi molto dei contenuti del nuovo partito. Non una parola sul testamento biologico, non una sul referendum elettorale, non una sul rapporto con la Lega, alleato egoista che «spesso ne approfitta», come ha sostenuto dal palco Ignazio La Russa. Archiviata la rivoluzione liberale della scorsa legislatura per un neo statalismo, anche all'attuale crisi economica il premier ha riservato poche battute, mentre più esplicito è stato sulle riforme costituzionali e dei regolamenti. In questo caso i destinatari del messaggio sono stati due: Gianfranco Fini e Giorgio Napolitano. Al presidente della Camera e al Capo dello Stato, Berlusconi ha spiegato che intende mettere mano alle riforme. Che proverà a coinvolgere l'opposizione senza però credere troppo alla reale volontà di Pd e Udc, e che comunque andrà avanti perchè la crisi economica impone un premier con più poteri. La strada sembra già tracciata e anche questa volta l'appello al popolo segnala l'imminente svolta. Ogni qual volta il Cavaliere ha voluto ribadire la legittimità del suo ruolo minacciato da toghe, palazzo o alleati, è salito su di un predellino appellandosi direttamente al popolo. Così è stato anche ieri e così promette di fare qualora non si arrivi in questa legislatura a riforme che a suo giudizio devono mettere l'esecutivo in condizione di funzionare. Sembra un paradosso per un leader che può contare su una maggioranza parlamentare di oltre cento parlamentari e su una dialettica di coalizione praticamente azzerata grazie anche alla nascita del Pdl. Eppure il ritornello del premier che non può far nulla e che è dotato del solo strumento della moral suasion, sembra far breccia nelle convinzioni dell'elettorato. Nel quadro strategico del Cavaliere, emerso dall'ultimo congresso, c'è un unico tassello ancora non andato ancora completamento a posto: il rapporto con la Lega. All'alleato, trattato di recente dal premier con inusuale asprezza, non sono sfuggite le bordate congressuali. Bossi ha tenuto i suoi appellandosi alla necessità che ha ogni partito, in occasione del congresso, di tracciare e marcare la propria identità. Questa sera nel salotto di Arcore, i due avranno però modo di chiarire alcuni passaggi importanti. A cominciare dalla data del referendum elettorale. Un appuntamento che Bossi vede come il fumo negli occhi, perchè lo sbocco bipartitico che imporrebbe il modello referendario obbligherebbe anche il Carroccio nel contenitore-Pdl. La proposizione di un modello statalista e il conseguente abbandono del modello liberale della legislatura 2001-2006, rischia infatti di avere qualche ripercussione sui tempi di attuazione della riforma federalista.