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venerdì 16 luglio 2010

Ma è in Puglia che si deciderà il futuro…


Ma è in Puglia che si deciderà il futuro…
di Salvatore Tatarella


"Articolo pubblicato sul numero di luglio della rivista “Formiche”


Dove va e che farà Gianfranco Fini? Sono in molti a porsi oggi questa domanda. Naturalmente se la pone anche Silvio Berlusconi che, però, spesso ama scherzare anche sulle questioni più serie, affidandosi a qualche barzelletta. E così, da qualche settimana e per sua iniziativa, circola insistentemente quella dell’ex missino che, per sapere cosa intenda fare l’amico Gianfranco, si rivolge speranzoso alla lampada di Aladino. Barzellette a parte, prima ancora che interrogarsi su cosa voglia fare Gianfranco Fini, credo che il premier farebbe bene a riflettere meglio su cosa intenda fare lui per primo. Abbiamo appreso che conta di vivere sino a 120 anni e che intende governare ancora a lungo, perché in Italia, sia nell’opposizione che nella sua stessa coalizione, non c’è uno che possa fare come e meglio di lui. Naturalmente, il Cavaliere questi propositi si è ben guardato dall’esporli all’Ufficio di Presidenza o alla Direzione nazionale del suo partito. Fedele al suo personaggio, ha preferito una più amicale cena, non ricordo bene, se a Roma, con gli impomatati ragazzotti e le scosciate ragazzotte dei suoi Promotori della Libertà, o nella capitale della Bulgaria, con il critico d’arte Vittorio Sgarbi e l’ex gorilla Boyko Borisov, oggi premier di quel paese. Anche noi, prima di guardare alle intenzioni di Fini, dovremmo cominciare a riflettere su quelle di Silvio Berlusconi. Senza inutili allarmismi e augurandogli personalmente anche 150 e più anni di vita, ma con la maturità e il senso di responsabilità, che sempre debbono connotare la classe dirigente di un partito, che conserva l’ambizione di guidare ancora e a lungo il nostro Paese, anche dopo e senza Silvio Berlusconi. Capisco
che un tema come questo possa infastidire e indignare la categoria dei giullari e dei cortigiani che, in ogni epoca, ha sempre affollato le anticamere del potere. A loro basta e avanza la favola gioiosa del Cavaliere invincibile e immortale. Per chi, invece, voglia vedere oltre la corte e oltre il proprio naso questa è la questione prioritaria e direi dirimente. Cosa voglia fare Silvio Berlusconi è fin troppo chiaro. Perché lo ha già detto più volte; perché, per storia, carattere e formazione, non è uomo che si metta spontaneamente da parte; perché, infine, non ha altre alternative.
Infatti, nemmeno in questa legislatura riuscirà a fare quelle riforme, sempre promesse in ogni campagna elettorale, a cominciare da quella lontanissima del 1994, e mai realizzate: liberalizzazioni, riduzione della pressione fiscale, riforma dello Stato. Non andrà a segno nemmeno l’agognata riforma presidenzialista, per farsi eleggere Capo dello Stato direttamente dal popolo. Non gli resta, quindi, che presentarsi ancora candidato premier anche alle prossime elezioni politiche del 2013. Per la sesta volta consecutiva e diciannove anni dopo la sua prima e storica discesa in campo. Può vincere ancora? La risposta, ovviamente, Berlusconi già se l’è data. Vincerà di sicuro. Il suo ego non ammette alternative. La stessa domanda, però, è giusto che se la pongano anche il Pdl, tutto il centro destra italiano, e anche tutta quella vasta opinione pubblica, non necessariamente di centrodestra, che ha a cuore i destini del Paese. Domanda complessa e difficile, che postula una risposta meno tranciante e meno sbrigativa di quella verosimilmente data da Silvio Berlusconi. Lo scenario del Paese sta cambiando profondamente. Non è più quello che ha accompagnato sino a ieri i successi elettorali di Berlusconi. La crisi economica ha cominciato a far sentire i suoi morsi e, dopo le vacanze, si svelerà in tutta la sua drammaticità, con aziende sull’orlo della chiusura e con migliaia e migliaia di lavoratori a rischio licenziamento. Dovremo cominciare a ridurre per davvero le nostre spese, a cambiare il nostro stile di vita e a rinunciare, speriamo solo temporaneamente, a lussi, privilegi e comodità, alle quali ci eravamo da tempo assuefatti e che mai avremmo pensato di dover un giorno abbandonare. Gli anni che ci separano dalle prossime elezioni, pertanto, saranno anni duri, di conflitti sociali aspri e difficili. Penso che non sia un atto di lesa maestà, ma solo di preveggente buon senso, se, sin da ora, ci interrogassimo su “come e con chi” affrontare quella difficile scadenza.
La crisi economica, intanto, rischia di rimettere in pista la sinistra. I risultati elettorali della Sardegna, seppur parzialissimi, sono un primo, piccolissimo segnale d’allarme. E a sinistra, sembra vada formandosi qualcosa di nuovo. Berlusconi, forse, ancora non se n’è accorto, ma in Puglia le urne, e qualche plateale e imperdonabile errore dei suoi modesti luogotenenti locali, hanno svelato un nuovo leader. E’ Nichi Vendola, gay, cattolico e governatore di una delle regioni più vivaci e moderne del sud. Non nasce, come in passato è sempre accaduto a sinistra, da una selezione interna al partito o al sindacato. Non è espressione della nomenclatura. Anzi, a questa si è opposto con successo, appellandosi al popolo e sbaragliando alle primarie gli apparati e le truppe organizzate di Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, che in ogni modo e sino all’ultimo avevano tentato di sbarrargli il passo. Vendola non è affatto pago del successo ottenuto. Vuole di più e ha già avviato, prima dello stesso Bersani e di chiunque altro, la sua campagna per le primarie del centrosinistra, del quale vuole essere il candidato premier nel 2013. E’ presto per dire se ci riuscirà. In ogni caso, egli si rappresenterà come il volto nuovo della sinistra. Il volto di un irregolare, di un mistico, di un profeta. Ambizioso, cattolico, poeta e omosessuale dichiarato, ha una solida cultura umanistica, assai lontana da quella delle telenovelas e dei reality d’importazione americana. Predica la fine dei partiti, buca il video, incanta i salotti, infiamma le piazze. Suscita emozioni forti e sa parlare ai giovani, alle donne, ai deboli. Ha saputo costruire un ottimo rapporto con molti esponenti della cultura, dell’arte e della scienza. Nonostante la sua omosessualità, ha un buon rapporto anche con il mondo cattolico. Forse più intenso e, per alcuni versi, più autentico di quello soltanto esibito da molti esponenti del centrodestra. Per raggiungere il suo scopo ha fondato un suo piccolo partito e una organizzazione assai flessibile di piccoli gruppi e movimenti spontanei diffusi sul territorio, le “fabbriche di Nichi”.
Per il centrodestra potrebbe essere un avversario molto ostico. Innanzitutto, perché sarà sottovalutato. Come per due volte di seguito ha fatto Raffaele Fitto, la ex protesi del Cavaliere, collezionando due cocenti e consecutive sconfitte. Poi, perché, soprattutto rispetto a Berlusconi, alla sua sesta candidatura consecutiva, gli riuscirebbe assai facile rappresentarsi come il nuovo della politica, il Barack Obama italiano. Egli metterebbe in campo proprio la forza dirompente della novità, la stessa che ha reso sino ad oggi invincibile Silvio Berlusconi e che il Cavaliere non può più rappresentare, dopo aver dominato e caratterizzato gli ultimi vent’anni di vita italiana. Sbaglierebbe di molto il Cavaliere se pensasse di poter vincere agevolmente la partita contro Vendola, solo perché questi è gay, radicale, estremista e comunista. Nichi non è un estremista, non è un radicale, e anche i comunisti sono ormai una categoria del passato, che sopravvive solo nel lessico del Presidente del Consiglio. È pur vero che l’Italia, dal dopoguerra a oggi, ha sempre espresso una maggioranza elettorale moderata e non di sinistra e che, in tale contesto, sarebbe assai difficile ipotizzare una vittoria di un leader dichiaratamente di sinistra come Vendola. Questo è vero, se si ha riguardo solo ai tradizionali serbatoi elettorali della sinistra, il bracciantato agricolo nel sud e le classi operaie delle grandi fabbriche nel nord, ma questa Italia non esiste più da tempo. Classi sociali ed elettorati oggi sono molto più simili e omogenei di prima. La sinistra ha perso negli ultimi vent’anni, anche perché non si è resa pienamente conto dei grandi cambiamenti intervenuti nella società italiana. Il suo elettorato di riferimento stava cambiando e la sinistra non se ne avvedeva. Vendola, invece, sembra essersene reso conto per primo. Il suo elettorato non è più solo quello tradizionale della vecchia sinistra, e meno che mai la sua frazione estrema e radicale, ma quello, molto più vasto, che, in larga parte, confina e coincide con quello del centro destra. Un elettorato di giovani e di donne, di commercianti, impiegati, artigiani, agricoltori e professionisti, sostanzialmente borghese, urbano e moderato, ma deluso, preoccupato, spaventato e in cerca di coraggiose e innovative risposte ai nuovi e pressanti problemi posti dalla società. Un elettorato anche assai mobile e poco ideologizzato, che vota, scegliendo di volta in volta l’offerta politica più convincente e il leader al quale affidarsi. Per gli ultimi vent’anni ha scelto sostanzialmente sempre e solo Silvio Berlusconi, ma domani, di fronte a un leader nuovo, più giovane, e sopratutto capace di suscitare nuovi sogni e nuove rappresentazioni, potrebbe fare scelte diverse.
Per evitarle e prevenirle, a Gianfranco Fini non resta che scendere in campo in prima persona e lanciare la sfida della sua leadership.
Al Pdl, a tutto il centrodestra e al Paese intero. Subito, senza timori e senza ulteriori cautele e tatticismi. Il tempo, ormai, corre veloce e Fini potrebbe averne anche poco a sua disposizione. Invero, a tanto avrebbe già dovuto pensare per tempo lo stesso Silvio Berlusconi che, però, come spesso è accaduto ai grandi della storia, non ha mai pensato a costruire la sua successione. Anzi, egli continua a pensare di essere indispensabile al Paese e a protrarre oltre ogni limite la sua stagione politica. Da qualche tempo, Fini lancia segnali, pone problemi, suscita discussioni. Storica, perché del tutto impensabile per un uomo come Silvio Berlusconi, la sua mano alzata e la sua sfida, quasi fisica, alla Direzione Nazionale del Pdl. Quella di Fini, a volte, è una salutare azione di stimolo, a volte, di freno. Le sue posizioni in tema di Mezzogiorno, difesa dell’unità nazionale, lotta alla criminalità organizzata, prerogative del Parlamento e libertà di stampa sono state tutte esemplari e di generale consenso, ma resterebbero pur sempre poca cosa, se non fossero espressioni di un disegno più grande e più vasto. Quello di rappresentare la continuità del centrodestra dopo Silvio Berlusconi, il ritorno alla normalità di un centrodestra plurale, europeo e democratico, dopo l’avventura straordinaria e necessariamente unica del suo fondatore. Non si tratta solo di soddisfare una pur legittima ambizione personale. È molto, molto di più. È la sola, possibile risposta da destra a una sinistra nuova e diversa. La sola carta spendibile per una destra, che non voglia assistere, ferma e vecchia, al suo prematuro tramonto. Fini, dunque, è finalmente giunto innanzi al Rubicone della sua vita. O lo varca e si impone come leader di un nuovo centrodestra italiano, o resta imbrigliato, forse per sempre, nella palude di un tatticismo esasperato e inutilmente prudente. Con lui non ci sono più gli ex colonnelli, che lo hanno abbandonato, compiendo una scelta comoda e miope. Con lui, invece, c’è una nuova linfa vitale, c’è il consenso fresco, forte e convinto di una larghissima e matura opinione pubblica. Sono le sue nuove e più fedeli legioni. Quelle che, forse, solo vent’anni fa, quando era ancora il leader di una destra minoritaria e radicale, non lo avrebbero degnato nemmeno della loro attenzione, ma che oggi guardano con grande interesse al solo leader italiano, che ha dimostrato di saper guardare lontano, non temendo di tagliare, se necessario, qualche inutile e vecchio legaccio. Dargli il giusto consiglio su “come e quando” lanciare i suoi dadi, non è facile, anche se una cosa resta certa. Le leadership non si ereditano, si conquistano. E il momento sembra essere giunto. O si pone ora alla guida di un nuovo e moderno centro destra, conquistando e costruendo quel partito che ancora non c’è, o sui colli di Roma spunterà presto un nuovo leader. E questa volta potrebbe non essere di destra.

venerdì 7 maggio 2010

Quanti spifferi nel Pdl…



Quanti spifferi nel Pdl…
di Fabrizio Tatarella


Nel Pdl è scoppiato il finimondo perché Gianfranco Fini ha rivendicato il suo diritto a dissentire. Vuole creare una sua corrente, hanno gridato scandalizzati i cortigiani di Silvio Berlusconi.
Una novità per il Pdl? Assolutamente, no. Prima di La Russa e prima di Fini, il Pdl registrava già un nutrito elenco di correnti. Vediamo quali. Cominciamo dalle più antiche e strutturate, quella di Gianni Alemanno, raccolta intorno alla Fondazione “Nuova Italia”, quella di Maurizio Gasparri, raccolta intorno all’associazione “Italia Protagonista”, quella di Roberto Formigoni, con la fondazione “Europa e Civiltà” e quella di Lupi “Rete Italia”, vicine a Comunione e Liberazione.
Attive da anni, organizzano convegni, seminari e convention, radunando periodicamente iscritti e sostenitori da tutta l’Italia. Ad ognuna di queste correnti fanno riferimento parlamentari nazionali e europei, consiglieri e assessori regionali, amministratori e consiglieri comunali di ogni parte d’Italia. Ognuna di queste correnti raccoglie fondi e donazioni in proprio e esprime la sua, quanto si tratta di nomine e di incarichi di sottogoverno e negli enti locali e regionali.
Oltre queste, e come queste, si contano ancora: i “Promotori della Libertà” di Michela Brambilla e Bondi o “Taske Force Italia” di Frattini, Valducci, Straquadanio, correnti di stretta osservanza berlusconiana. Ancora Altero Matteoli con la Fondazione “Libertà per il bene comune”, Gianfranco Fini e Adolfo Urso con “Farefuturo”, Gaetano Quagliariello e Alfredo Mantovano con “Magna Charta”. Vi sono le correnti degli ex socialisti: quella di Renato Brunetta, con “Free Foundation”, quella di Fabrizio Cicchitto, con “Riformismo e Libertà”, quella di Stefania Craxi, con la Fondazione “Bettino Craxi”, fino a “Noi Riformatori” di Colucci. Ancora “I cristiano riformisti” di Mazzocchi, quella dell’ex socialdemocratico Carlo Vizzini, “Riformisti europei”, quella di Giulio Tremonti, con la fondazione “Respublica”, e quella di Giuseppe Pisanu, con la fondazione “Medidea”. Nessuno ha mai obiettato e protestato. Perché tanto clamore intorno a Gianfranco Fini?
Perché tanto scandalo intorno a “Generazione Italia”?

Perché io sto con Fini


Perché io sto con Fini
di Giuseppe Valditara

La direzione nazionale di giovedì 22 aprile ha rappresentato un punto di non ritorno: nel Pdl, e più in generale nella destra italiana, si è ufficialmente costituita una componente culturale che ha in Gianfranco Fini il suo principale interprete.

Fini ha posto innanzitutto un problema di democrazia all’interno del Pdl. E’ ovvio peraltro che la richiesta di maggiore democrazia e la possibilità di un dibattito all’interno del partito sono lo strumento necessario per affermare una certa visione della società italiana e un certo progetto politico.

Ma quale è dunque la identità di questa componente? Basta leggere un passo del Vangelo, Gv.8.12-19, per capire come sia decisiva, per il successo di un messaggio, la chiarezza degli obiettivi: “la mia testimonianza è vera perchè so da dove vengo e so dove vado”.

Se si ripercorrono con attenzione le dichiarazioni e le battaglie fatte da Gianfranco Fini in questi ultimi anni emerge un quadro coerente, che è a mio avviso l’essenza del “finismo”, è ciò per cui io mi considero convintamente un “finiano”.

Innanzitutto la centralità dell’idea di res publica, a cui si collega l’idea di nazione intesa come condivisione di valori fondamentali e desiderio di un futuro comune.

Da qui due conseguenze: il primato dell’interesse generale sugli interessi particolari e dell’idea di bene comune su quello dei singoli, così come la consapevolezza che la nazione non ha una identità etnica, ma ha un carattere essenzialmente culturale che si fonda su una scelta: io amo l’Italia, io merito l’Italia, perchè credo nell’Italia e in ciò che essa rappresenta. La nazione non come un fatto ineluttabile, aprioristico, ma come un atto di volontà.

Il secondo punto è una rinnovata e non qualunquista, non demagogica riproposizione della questione morale. Nessuno ha titoli per scagliare la prima pietra, ma così non si può più andare avanti, la res publica rischia di affondare sotto un tasso di illegalità diffusa che tocca trasversalmente ogni settore della società. La prima risposta concreta è dunque la centralità delle regole, la questione del primato della legge e del suo rispetto. Insomma la questione della legalità.

Con essa va di pari passo il rispetto verso le istituzioni, tutte le istituzioni, e un ruolo non certo secondario hanno le istituzioni rappresentative della sovranità popolare, a cui spetta fare le regole, innanzitutto il Parlamento, e la magistratura, che quelle regole deve far rispettare. Ovviamente una magistratura che sia messa nelle condizioni di allontanare da sè interpreti deviati, cancellando il correntismo e introducendo il principio di responsabilità al suo interno.

Ma se esiste un interesse generale della res publica e valori fondamentali comuni della nazione è evidente che occorre saper unire e non dividere, c’è bisogno di una politica che sappia ricomporre le fratture della società, che ristabilisca rapporti di collaborazione e di dialogo civile tra maggioranza e opposizione. Da qui la necessità che sulle regole fondamentali si proceda non per avvantaggiare una parte a danno dell’altra, ma per far sentire tutti partecipi di una casa comune.

E veniamo così alle riforme: di cosa ha bisogno la res publica?

Quale è il vero handicap che paralizza lo sviluppo? E’ quello che da almeno 15 anni a questa parte fa sì che l’Italia cresca meno degli altri Paesi. Certamente il debito pubblico.

E allora è chiaro che occorre finalmente avviare una grande, seria, coraggiosa politica di risanamento del debito pubblico che non può essere basata su provvedimenti occasionali, sui cosiddetti tagli lineari, ma su riforme strutturali, non a tutti costi popolari. Uno statista è quello che sa fare quelle riforme che servono al Paese, non necessariamente quelle che servono a vincere le elezioni. In questo contesto, pur riconoscendo l’importanza del federalismo fiscale, non è corretto rinviare ad esso ogni aspettativa di risanamento, perchè: 1) del federalismo fiscale non si conoscono ancora i costi, che probabilmente in una fase iniziale saranno elevati; 2) i suoi benefici si esplicheranno non prima di 5 anni e l’Italia non può aspettare 5 anni; 3) non risolverà nel breve periodo i problemi di risanamento e di competitività del Mezzogiorno, che non può continuare ad essere il “problema dello sviluppo italiano”.

Risanare il debito pubblico e avviare una sempre più efficace lotta all’evasione fiscale (l’altra grave emergenza della repubblica) per poi che fare?

Essenzialmente tre cose, che devono essere avviate prima del termine della legislatura, stanno infatti nel programma che legittima la nostra presenza in Parlamento:

1) abbassare le tasse sulle famiglie, sulle imprese, sulla casa;
2) investire in ricerca e istruzione;
3) investire nella lotta alla criminalità, innanzitutto per liberare dal cancro opprimente delle mafie intere aree della penisola, che non cresceranno finchè l’economia sana sarà sottoposta al giogo del ricatto criminale.

Più in generale occorre ripartire dal programma del Polo delle libertà del 1994, quel programma che non è stato ancora pienamente attuato. Bisogna dunque innanzitutto avviare una grande stagione di liberalizzazioni, che non renda più opprimenti quei lacci e lacciuoli che paralizzano la vita di ognuno e che nessuno finora ha avuto la capacità di sciogliere in modo radicale semplificando realmente la vita del cittadino.

Infine la certezza della pena. Si è parlato tanto di giustizia e di rapporti fra politica e giustizia, forse se ne è parlato troppo; si è parlato troppo poco di ciò che più interessa al cittadino: che i delinquenti una volta condannati vadano in galera e ci restino.

In questo contesto anche la politica, che richiede esperienza e competenza, e non improvvisazione, deve tornare ad essere credibile iniziando dalle candidature, e dalle nomine, evitando di dare l’impressione che ci sia una casta di oligarchi che promuove solo chi fa comodo, chi è in vario modo compiacente o personalmente utile e non chi può ben rappresentare gli interessi generali degli elettori e le esigenze di una buona amministrazione.

E così si tocca il tema centrale della riforma della legge elettorale che consenta finalmente ai cittadini di scegliere chi li deve rappresentare, senza peraltro scadere in quella compravendita di voti che è tipica del sistema delle preferenze. Ma si tocca anche il tema della occupazione politica delle società ancora controllate dagli enti locali e quello, spesso collegato, dei doppi o meglio dei plurimi incarichi della politica. Dunque sono necessarie privatizzazioni reali e non mascherate, innanzitutto per recidere le unghie ad un moderno feudalesimo che continua a gestire in modo clientelare anche l’economia e basta con i parlamentari che fanno i presidenti di provincia e i sindaci di importanti comuni o con gli amici degli amici che occupano numerose poltrone in cda di enti pubblici.

Questi sono i temi messi sul tavolo della politica italiana dal “finismo”, che a me piace chiamare destra repubblicana: se avranno legittimità all’interno del Pdl ne contribuiranno a ridare slancio e centralità, anche nel delicato rapporto con l’alleato leghista. In ogni caso dopo il 22 aprile hanno avuto una loro rappresentanza ufficiale all’interno della destra italiana e non sarà più possibile ignorarli.

: centrodestra, Direzione nazionale, Gianfranco Fini, legalità, partito, Pdl, riforme, valori

giovedì 6 maggio 2010

Serve una scossa dal territorio. Per rafforzare il Pdl


Serve una scossa dal territorio. Per rafforzare il Pdl
di Sofia Ventura


Ieri, con un’intervista a “Il Giornale”, il Ministro del Turismo Maria Vittoria Brambilla, in particolare nella sua funzione di responsabile delle Iniziative Movimentiste (sic!) del Pdl è intervenuta sul tema del ruolo di circoli, movimenti e correnti. Naturalmente, al Ministro Generazione Italia non piace e questo non sorprende. Ritiene anche che il ricorso a Internet costituisca un’imitazione di quanto già fatto con successo da Berlusconi, e magari si potrebbe sommessamente rammentare che la rete costituisce già da tempo uno strumento ampiamente utilizzato in politica, si potrebbero ricordare Ségolène Royal, Nicolas Sarkozy, Barack Obama, il fenomeno del grillismo, eccetera, eccetera. Ma non è questo il punto che più ci interessa.

Ciò che più di rilevante si trova nell’intervista del Ministro è costituito dalla sua breve spiegazione del ruolo dei Promotori della Libertà. Brambilla parla di un “movimentismo ufficiale” che risponde direttamente al leader del partito Berlusconi ed è affidato per la sua organizzazione a Ministri del governo. I Promotori della libertà vengono indicati come strumento per “allargare e radicare sul territorio il consenso del Pdl”. Eppure, è chiaro che si tratta di una struttura parallela al partito che, direttamente a disposizione del leader, può mettere sotto pressione il partito (e sappiamo del malcontento che nel Pdl tale struttura suscita) e può consentire un’azione “a prescindere” dal partito. Ma tale “movimentismo” indotto e controllato dall’alto non contribuisce a rivitalizzare e articolare in modo più compiuto il partito al suo interno. Esso, piuttosto, riflette una concezione della politica, non solo centrata sul leader (e su questo nulla di strano, siamo di fronte ad una tendenza generalizzata nella politica occidentale), ma che non riconosce le importanti funzioni che i partiti politici possono e devono svolgere anche in un contesto di politica “presidenzializzata”, dal reclutamento all’elaborazione delle politiche. Una concezione che attribuisce al leader una sorta di potere “assoluto” e tende a concepire l’organizzazione-partito come qualcosa di fluido, che può essere plasmato e riplasmato di continuo, per impedire che si creino spazi non direttamente controllati dall’alto. In poche parole, una concezione che vorrebbe perpetuare all’infinito le dinamiche dei partiti carismatici “puri” (ma sappiamo che questi partiti se rimangono tali sono destinati a scomparire con il leader fondatore), senza procedere ad alcuna istituzionalizzazione.

Non dubitiamo che questa visione crei gli entusiasmi del Ministro Brambilla e di quanti ancora non hanno voluto cominciare ad immaginare per il Pdl una vita “propria”, ma per chi crede che anche il futuro conti, è necessario continuare a porre all’ordine del giorno il tema di cosa sarà, e come sarà organizzata, la destra italiana negli anni a venire.

lunedì 3 maggio 2010

Noi, generazione post-ideologica affamata di politica. Quella vera.


Noi, generazione post-ideologica affamata di politica. Quella vera.
di Giuseppe Tatarella

E’ assolutamente vero, le ideologie non esistono più. E la politica? Per chi, come me, è nato negli anni ottanta, molte cose non sono chiare. Sappiamo che c’è stata Tangentopoli, la fine della seconda repubblica, la discesa in campo di Berlusconi, il centro-destra, le vittorie e le sconfitte.

Semplice, prima si perdeva sempre. Ora si vince e si perde, c’è “l’alternanza”. Tutto qui?

Non credo proprio, spesso mi sono trovato a dibattere di questi temi con i miei coetanei, di ogni provenienza politica, giungendo alla conclusione più vera. Noi abbiamo una visione parziale dei fatti, e in base a quella facciamo analisi, discutiamo e traiamo delle conclusioni.

Andiamo per ordine; è vero, non abbiamo una formazione ideologica predefinita, la società è continuamente in evoluzione e i tempi della globalizzazione sono sempre più veloci. Ma, qualcuno ha pensato alla nostra formazione politica?

Si parla spesso e a vanvera di future classi dirigenti, di nuove generazioni alle quali affidare le sfide future. Perfetto, ma chiediamoci anche se queste sono pronte a raccoglierle. Abbiamo partecipato ad un fenomeno credo irripetibile della politica italiana: partiti, prima esclusi dall’arco costituzionale, che si trasformano e costruiscono una alternativa, un leader carismatico, che fonda un partito con un messaggio in tv; ci riesce e vince pure. Ma noi siamo stati solo comparse di questo spot. La politica, in questi anni di assestamento, per noi è mancata; abbiamo partecipato si, ma a volte ci sembrava di tifare solo per una squadra di calcio ed il suo centroavanti. Siamo una generazione autodidatta, chi vuole saperne di più faccia da solo. Televisione, internet, giornali, dibattiti c’è tutto. Ma basta davvero?

Tendenzialmente abbiamo la nostra idea, sappiamo da che parte votare, insomma, ma a volte non capiamo cosa differenzia chi vota Berlusconi dal coetaneo che non lo fa. Oltre non andiamo. Manca, a mio modo di vedere, una vera formazione, fatta di contenuti, che solo un partito politico ti può dare, e coadiuvata da quella tensione morale che solo i valori veri possono provocare. Mancano le prove d’orchestra, e il direttore, sempre presente e pronto a correggere le note stonate. Certo, il talento c’è, la volontà anche, ma se non troviamo chi ci guida in questo percorso, l’esibizione improvvisata e spontanea, senza una disciplina e una direzione, porterà sicuramente a fare parecchie stonature.

Spesso siamo accusati di avere la testa fra nuvole, di pensare solo alla bella vita, circondati dai vizi e dalle comodità e, per questo, di non appassionarci alla politica. Tutto il contrario, è la politica che non riesce più a comunicare con noi, a coinvolgerci; di conseguenza occupiamo il tempo libero come meglio ci capita, ma con l’orecchio comunque teso ad ascoltare le ultime notizie. Siamo quella generazione sopita, che da anni sente dire alla politica che “presto toccherà a noi”, ma che comincia a non crederci, vedendo sempre le stesse facce da una ventina d’anni.

Non vogliamo poltrone, vogliamo solo spazi di passione, dove esprimerci e contagiare come un virus benefico tutto ciò che ci circonda. La società può anche mutare, ma i giovani avranno sempre la voglia di cambiare. Siamo quelli del Berlusconi si, Berlusconi no, ma siamo soprattutto una generazione affamata di Politica, di cui abbiamo sempre e solo sentito parlare in TV.

domenica 2 maggio 2010

L’articolo 49 della Costituzione e la riforma dimenticata dei partiti


L’articolo 49 della Costituzione e la riforma dimenticata dei partiti
di Carmelo Briguglio


Politica e “tragedia” come rappresentazione furono inventati insieme dai Greci, per darsi dei limiti, delle regole. Insomma hanno una comune origine. In queste settimane sta andando “in scena” una serie concatenata di eventi che, depurati dai loro aspetti di superficie, ci vogliono dire qualcosa.

Precisamente questa. Nel grande dibattito sulle riforme ne avevamo dimenticato una, forse anteriore per necessità a tutte le altre: la riforma dei partiti. Ed essendo stata dimenticata e messa da parte dall’alta ingegneria istituzionale e dal gioco perverso del costituzionalismo comparato, ha deciso da sola di fare irruzione nel teatro della politica (che non è il teatrino). Ha scelto due protagonisti Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, e ha assegnato a un attore più giovane, Italo Bocchino, quello di “vittima” necessaria per dare il senso della posta in gioco.

Se non comprendiamo questo non capiremo il significato che gli eventi, politici e “drammatici, di questi giorni ci vogliono indicare e disvelare. Prima ancora di discettare di forme di governo, di federalismo, di repubblica presidenziale e semipresidenzialismo, l’Italia ha bisogno di una riforma della politica che passa essenzialmente per la riforma dei partiti. Se non si farà entrare nell’agenda delle riforme questo grande tema, tutti gli sforzi saranno inutili. O si penserà a pericolose scorciatoie, come quella inserita incautamente nel documento politico finale nella Direzione del Pdl, che evoca principi e prassi sul legame tra Capo e popolo che hanno qualche familiarità certamente involontaria, più con il Fuhrerprinzip e il libretto rosso di Mao che con la Costituzione italiana.

Gli amici Sandro Bondi e Gaetano Quagliarello sanno di che cosa parliamo. La nostra Costituzione appunto. Alla Carta bisogna tornare per rilanciare un dibattito delle idee ora immiserito da aggressioni mediatiche e da una bruta prassi interna. L’articolo 49: ”Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Per noi l’attuazione o anche l’innovazione di questa parte della Costituzione della Repubblica è una riforma essenziale, è la madre di tutte le riforme. Un’idea che lanciamo come sfida positiva nel Pdl e a tutte le forze politiche del Paese.

Chiariamo subito che il “metodo democratico” deve riguardare l’interno e l’esterno dei partiti. Vuol dire una legge ordinaria o una modifica della Costituzione che ponga limiti, regole, garanzie, metodi ai partiti e nei partiti. Sul rapporto tra elettori ed eletti, sulle candidature, sul finanziamento e i costi della politica, sui diritti degli iscritti e sui doveri della classe dirigente. Parliamo della riforma della nostra democrazia politica. Una riforma necessaria. La madre di tutte le riforme. Per scoraggiare qualunque tentazione plebiscitaria offerta “al popolo” magari “in nome del popolo”. E interrompere la linea progressiva del distacco rassegnato dei cittadini dalla politica.

Una regola delle regole necessaria per aiutare la politica a incidere sulla propria carne. Come è ormai necessario.

giovedì 29 aprile 2010

Fini vuole un Pdl diverso. Per guardare al futuro


Fini vuole un Pdl diverso. Per guardare al futuro
di Generazione Italia

Un Gianfranco Fini a tutto campo quello che abbiamo visto ieri sera a “Porta a Porta”. Fini ha dimostrato di avere idee chiare: vuole che il Pdl abbia una propria bozza di riforma delle Istituzioni, senza dover rincorrere “piè veloce” Calderoli. Una bozza che deve arrivare alla fine di un discorso all’interno del partito. Fini ha dimostrato di avere un’idea di partito che altri – tanti – non hanno. Il Pdl deve discutere, trovare sintesi e avanzare proposte chiare. È questa l’idea di partito che Fini ha in testa. Un partito visto come strumento di mediazione tra Silvio Berlusconi, il Governo e gli elettori del Pdl. Così come avviene in Francia, con l’UMP, e in Germania, con la CDU.

Non solo riforme istituzionali. Fini attacca. “Servono tagli selettivi alla spesa pubblica”. Basta con i tagli orizzontali a tutti i ministeri, come sta facendo da anni Tremonti. Una scelta, quella del Ministro dell’Economia, che è in realtà una non scelta. Gianfranco Fini vuole un Pdl coraggioso, non schiacciato sul Governo. Un Pdl che possa essere da stimolo per migliorare l’azione dell’Esecutivo. Un Pdl che si deve interrogare sul futuro dell’Italia. Su quei giovani, che con la vigente Riforma Dini, avranno una pensione pari al 40% dell’ultima retribuzione. Sfuggire dalla malattia del “presentismo”, del tirare a campare, per affrontare la stagione delle Riforme. Questo chiede Fini al Pdl.

Non è facile. C’è chi nel Pdl non vuole il dibattito interno, c’è chi non vuole rispettare le opinioni non in linea con la presunta ideologia dominante (ci dicano qual è…), c’è chi rivendica il centralismo carismatico che tutto comprende e tutto risolve. E, sempre nel Pdl, c’è la caccia alle streghe, agli eretici, a chi la pensa in maniera diversa (è lesa maestà?). Un Pdl dove vige il reato del controcanto.

Fini rivendica il suo diritto al dissenso. Il suo diritto ad avere un partito – il “mio partito” dice – dove le decisioni si prendono dopo ampio e articolato dibattito, come avviene in tutti i partiti europei che aderiscono alla grande famiglia del PPE.

Fini rivendica la sua storia politica, grazie alla quale e solo grazie ad essa, “sono Presidente della Camera”. Una battaglia di dignità. Per rivendicare il ruolo della destra – quella vera – nel panorama politico italiano.

martedì 27 aprile 2010

“Codice Fini”: lealtà in movimento


“Codice Fini”: lealtà in movimento
di Carmelo Briguglio

Con l’intervista a Lucia Annunziata del giorno prima e l’incontro di ieri con i parlamentari a lui vicini, Gianfranco Fini ha voluto dare uno sbocco positivo alla riunione della Direzione del Pdl. Evento “drammatico”, per le tante ragioni politiche e le spiegazioni mediatiche che sono state date da più parti, che resterà scritto nella storia politica del Paese e forse nei futuri manuali di comunicazione politica. Sgombrando il campo dalle forzate interpretazioni del solito fuoco “nemico”, col saggio Ferrara in controtendenza, ma anche da analisi di ambienti nostri più politologiche che politiche, è il caso di fare qualche immediata riflessione.

Comprendiamo che molti commentatori e media ora annuncino come novità l’indicazione della lealtà al governo e al premier che il Presidente della Camera ha dato come start up all’area nata con l’incontro dell’altro giorno all’Auditorium. Dopo quanto accaduto era una delle opzioni possibili. Ma l’altra che vedrebbe in prospettiva governi tecnici o istituzionali contro Berlusconi e fuori dal Pdl,non è mai passata per la mente di Fini.

Se c’è una categoria morale e culturale che contraddistingue la destra “eterna” oltre che moderna di Fini e che unifica quanti si riconoscono nella minoranza (oggi) politica e culturale che egli ha voluto fondare nel Popolo della Libertà, è la lealtà. La lealtà è il codice simbolico e politico che, dopo e nonostante svolte ed evoluzioni, unisce Fini ai suoi, a tutti i suoi, di prima e di dopo, da qualunque storia politica o latitudine culturale provengano. Se non si capisce questo dato, direi “genetico”, si comprende poco o si finisce per equivocare o peggio banalizzare quanto accade nell’arena del confronto tra Berlusconi e Fini e dentro il partito che i due hanno fondato. Fini sa di avere dato una parola d’ordine che ciascuno dei suoi, ciascuno di noi, comprende per intuizione ancor prima che per ragionamento e motivazione politica. E’ l’unica indicazione che non sarà né discussa né trasgredita. Perché è sentita, anzi pre-sentita, ancor prima di essere ascoltata. Da lui e da noi.

Si parla dei giorni futuri. In particolare si fanno previsioni sull’iter dei provvedimenti che verranno presto in Parlamento, a
cominciare da quelli che riguardano la giustizia o altri dossier caldi. Ci si chiede: come si comporteranno i “finiani” o meglio la minoranza del Pdl come è più corretto ormai dire? Domanda legittima ma viziata, se non è preceduta da un’altra. Come si sono comportati i parlamentari più vicini al Presidente della Camera nei due anni, in ben due anni, che ci separano dall’inizio della legislatura? Con lealtà. Sempre. Questa è la risposta che nessuno può né mettere in discussione, né smentire. In tutte le occasioni, in tutte le leggi, in tutte le conversioni di decreti-legge (troppi?), in tutte le votazioni di fiducia (tante). Con lealtà. E alcune volte, “finiani” e non, con non pochi mal di pancia. Inutile spiegare perché. Lo sappiamo tutti.

Vogliamo dirlo? Se in questi due anni di lavoro in Parlamento abbiamo peccato, abbiamo peccato in generosità e amor di patria.E allora? Come si pensa che la minoranza del Pdl si comporterà nelle aule parlamentari al momento del voto, di qualunque voto? Esattamente come si è comportata nei due anni trascorsi. Con lealtà, con la massima lealtà. Ma anche con una nuova responsabilità, quella di minoranza portatrice di un messaggio politico e culturale nel Pdl, nel centrodestra e nel Paese. Una responsabilità che ci impone una lealtà la quale richiede dentro il partito e nei gruppi parlamentari democrazia interna, discussione preventiva, luoghi e spazi di confronto, fine della evocazione di epurazioni, suicide per la credibilità di un grande partito che si riconosce nel programma e nella carta dei valori del Ppe. Non lo chiediamo come contropartita, perché la lealtà è il riflesso di un codice cavalleresco che, ieri e oggi, non richiede contropartite. Ma abbiamo bisogno di una lealtà non statica, ma che muova il Pdl e metta tutto e tutti in movimento. La lealtà chiama lealtà. E rafforza i legami, dentro e fuori, di un partito ancora fragile. Noi lo vogliamo forte.

venerdì 23 aprile 2010

Ma come si fa a decidere chi è “di destra”?


Flavia Perina


I numeri sono chiari, e adesso si può cominciare a parlare di politica. Nel “mare magnum” delle dichiarazioni degli “ex colonnelli” l’argomentazione che più colpisce l’abbiamo trovata ieri in un’intervista a Giorgia Meloni (ma il giorno prima era evocata in quella di Ignazio La Russa, e Maurizio Gasparri ne ha fatto da tempo un suo cavallo di battaglia). È la “questione ideologica”, quella che Giorgia sintetizza dicendo: «Io ho una storia, fatta di An, destra, giovani, conservatorismo etico», una storia «che va difesa», quasi che Gianfranco Fini fosse al di là di quella storia, o addirittura se ne fosse messo al di fuori. Come ha spiegato, appunto, Gasparri: «Il problema vero è che io sono rimasto sulle posizioni che abbiamo sempre espresso: lui invece è diventato un innovatore, ha cambiato idea su tante cose». Per poi chiedersi: ma se un capo di partito cambia idea, dirigenti e militanti devono adeguarsi?
Adesso che i posizionamenti politici sono trasparenti, che ci si è schierati pro e contro, questo è il primo argomento su cui essere trasparenti. Crediamo, ad esempio, che abbia fatto molte più cose “di destra” la finiana Giulia Bongiorno fermando, correggendo o limando provvedimenti come la prescrizione breve (che avrebbe cancellato 600mila processi), piuttosto che tutti gli ex An (noi compresi) messi insieme. Senza la sua competenza e determinazione avremmo mortificato le forze dell’ordine che su quei 600mila casi hanno indagato, schiaffeggiato le vittime che hanno speso tempo e quattrini per avere giustizia, probabilmente premiato i colpevoli. Chi si fregia del titolo di difensore dei valori della cosiddetta “vera destra” dovrebbe spiegarci a quale punto della graduatoria mette la legalità. E a quale il senso dello Stato e dell’interesse nazionale, e un’idea repubblicana che non si basi sulla sopraffazione dei più deboli ma sulla garanzia di un diritto uguale per tutti.
Ecco, se è naturale che a un ex Forza Italia venga in mente, ad esempio, di dichiarare che si deve fare «la riforma istituzionale che ci conviene di più», non è normale che un’idea così sia sostenuta da uno “di destra”. Se non sorprende il controcanto di Silvio Berlusconi su Roberto Saviano (peraltro pubblicato da Mondadori), eroe civile della lotta ai clan, stupisce che le uniche osservazioni critiche siano arrivate dai “finiani”: chi aspira a interpretare la destra-destra dovrebbe ancora avere nelle orecchie, per dirne una, la relazione di Beppe Niccolai all’antimafia, le assemblee del FdG con Paolo Borsellino, gli stessi comizi di Almirante in Sicilia. Come fa a stare zitto? Come fa a far finta di niente?
Perché ci sono solo i “finiani” nel comitato che chiede la verità per Stefano Cucchi, vittima innocente che ci ricorda tanti dei nostri? Come mai gli eredi più titolati della tradizione della destra, una tradizione che aveva in massimo conto la partecipazione, sono i più distratti davanti al problema dell’astensionismo? Perché è il “finiano” Pasquale Viespoli il solo che sentiamo parlare con passione di Sud o di patto generazionale per salvare i giovani da un futuro immobile e precario? E come mai, tra le tante fondazioni e think thank che gli ex colonnelli hanno costituito, è toccato solo i “finiani” del Secolo aver dedicato convegni e approfondimenti giornalistici non retorici a personaggi che hanno fatto la storia della “nostra” destra come Giano Accame, Tony Augello o Marzio Tremaglia, di cui domani ricorre il decimo anniversario della prematura scomparsa, o al vero e formidabile “sdoganatore” già negli anni Ottanta della destra politica italiana che fu Bettino Craxi?
Il fatto è che il vero dna della destra, più che sul crinale della retorica dei valori e delle cosidette questioni di coscienza, dove il nostro mondo – fin dall’epoca del divorzio – ha sempre giudicato normale esprimersi liberamente, ruota intorno alle discriminanti ben più scomode (almeno nell’era berlusconiana) del senso dello Stato e della legalità, della protezione dei deboli e della valorizzazione del merito oltre i diritti di casta. Facile fare la morale in tema di coppie di fatto, che non incide sul “core busisness” di nessuno. Ma il coraggio della destra, a nostro giudizio, si mostra anche altrove. Anzi, soprattutto altrove.

giovedì 22 aprile 2010

Presidente della Camera Gianfranco Fini


Il discorso dello Statista. Oggi è nato il Popolo della Libertà
di Gianmario Mariniello




“Berlusconi te lo dico in faccia: il tradimento che è certamente poco dignitoso, viene spesso da chi alle spalle dice il contrario di ciò che dice pubblicamente, ma raramente il tradimento è nella coscienza di chi si assume la responsabilità di quello che pensa in privato e pubblicamente”. Gianfranco Fini con il suo discorso di oggi alla Direzione nazionale del Pdl ha sicuramente cambiato la politica italiana. Mai fino ad oggi un collega di partito o di coalizione aveva messo tanto in difficoltà il Presidente Berlusconi. La controprova è la replica del Cav., stizzita, nervosa. Un Berlusconi che la butta subito sul personale. E ci va pesante. “Ha sbroccato”, ha detto il giornalista di Sky. Forse è così.

Di sicuro oggi è finito il partito monarchico. Il capo è stato messo in discussione, sfidato sui temi concreti che interessano gli italiani e i militanti, iscritti e simpatizzanti del Pdl. Toccò in Gran Bretagna alla Thatcher a cavallo tra gli anni ‘80 e i ’90, è toccato oggi a Silvio Berlusconi. È il bello della democrazia.

Tornando alla “ciccia” del discorso di Fini, notevoli sono gli spunti del Presidente della Camera che hanno riguardato l’abolizione delle province, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali (vera fonte di potere della Lega), l’innalzamento dell’età pensionabile (“si cominci ora per far stare meglio i nostri figli domani”) che libererebbe le risorse necessarie per abbassare finalmente le tasse. La proposta di Fini di convocare gli Stati generali del Pdl sull’economia va in tale direzione.

Fini poi incalza sul rapporto Pdl-Lega. È indubitabile che il Pdl appaia sempre di più come una fotocopia del partito di Bossi. Ed è ingeneroso che Berlusconi dia agli ex di AN tutte le responsabilità del boom leghista al Nord. Come si sentiranno adesso – verrebbe da chiedere – i 75 ex An che hanno firmato il documento”berlusconiano”?

Il Presidente della Camera tira poi fuori una parola fino ad oggi “sconosciuta” al Pdl: “Legalità”. Berlusconi “freme” quando Fini gli dice che “combattere la politicizzazione di una parte della magistratura non significa dare anche minimamente l’impressione di tutelare sacche di impunità”. E ancora: “Il processo breve era un’amnistia mascherata”. Era ora.

Notevole il passaggio da statista sul federalismo: come non condividere la proposta di Fini di convocare una commissione del Pdl sul decreti attuativi del federalismo fiscale, cui dovranno prendere parte tutti i nostri governatori di regione? Oppure il Pdl preferisce dare carta bianca a Calderoli? Se vogliamo una riforma per il futuro dell’Italia, il Pdl deve prendere l’iniziativa. Così come sulle riforme istituzionali: può il partito di maggioranza relativa non avere una propria bozza di riforma da presentare a tutte le forze politiche presenti in Parlamento? Sono questi gli interrogativi cui Berlusconi non darà risposta nel suo intervento di replica.

Gianfranco Fini non vuole fare la fronda interna, non vuole sabotare il Pdl ma vuole un partito che si riunisca, discuta e alla fine decida sui temi che riguardano il futuro dell’Italia.

La politica italiana oggi è cambiata. E sul “One man show” scorrono i titoli di coda.

mercoledì 21 aprile 2010

L’unità del PdL? Ci sarà solo con congressi e democrazia interna


L’unità del PdL? Ci sarà solo con congressi e democrazia interna
di Antonio Buonfiglio



Il leitmotiv che ci ha accompagnato nella discussione di questi giorni è la presunta estraneità di Gianfranco Fini alle sensibilità culturali e politiche confluite nel grande progetto del Popolo della Libertà.

In realtà, le posizioni da più parti palesate, in vista della convocazione della Direzione Nazionale di domani, si snodano attorno ad un elemento comune e qualificante che dimostra come i temi posti dal Presidente della Camera, non solo siano indispensabili al compimento del processo di costruzione del partito, ma facciano parte del DNA quantomeno di tutti i Parlamentari che provengono da Alleanza Nazionale.

Infatti, nella mozione dei 75 ex-aennini, che passa come “documento anti – Fini”, viene affermata la necessità di:

- “dare luogo ad un costante libero, proficuo confronto di idee, che si basi su regolare e sempre più frequente incontro degli organi statutari del partito”;
- garantire “il massimo della democrazia interna e il rispetto di tutte le posizioni”;
- assicurare la valorizzazione e il radicamento del partito “attraverso i congressi previsti dallo statuto affinché sul territorio una scelta democratica prenda il posto delle prime designazioni avvenute tenendo conto delle quote di provenienza”.

E’ ridicolo e superficiale, pertanto, tradurre pregiudizialmente le richieste politiche di Fini in rivendicazioni velleitarie e personalistiche; tanto più quando esse coincidono con quelle avanzate dalla totalità dei componenti di uno dei partiti che ha dato luogo al PdL.

Fuori dei posizionamenti, dunque, la conseguenza pratica dovrebbe essere quella di presentare una mozione unica che “sblocchi” il partito e dia inizio – proprio ora in assenza di scadenze elettorali – alla stagione dei congressi, a partire da quelli provinciali e delle grandi città. Non v’è dubbio, infatti, che al di là delle conte parlamentari, le linee, le mozioni e le posizioni vanno dibattute e votate nei congressi, secondo criteri democratici, per dar luogo a quella contaminazione che chiuderà definitivamente la stagione delle quote e delle rendite.

Fini, infatti, non chiede – e lo ha dimostrato - di essere autorizzato ad esternare le proprie idee ma di poterle discutere all’interno del partito: gli si rimprovera si essere lontano e quando cerca di confrontarsi viene additato come destabilizzatore.

Ancora una volta si confonde l’unanimismo con l’unitarietà!

Ad ogni modo, anche se non si dovesse giungere ad mozione unica, l’esigenza di conferire al partito forma stabile, partecipata e democratica è stata manifestata e rimane.

E non poteva che essere così.

In questi giorni, quando ci sforzavamo di far comprendere come le questioni poste fossero di carattere politico ed organizzativo, ricordavamo che, nella tradizione della destra italiana è sempre stata presente l’esigenza di democratizzare i partiti, anche discutendo delle modalità di attuazione dell’art. 49 della Costituzione.

E’ evidente, infatti, – e lo è molto di più in un sistema tendente alla semplificazione delle rappresentanze – che, al di là della legge elettorale, perché un partito possa garantire una leale competizione con un dibattito di idee e di uomini, in cui l’alternativa sia tra maggioranza e minoranza e non tra unanimisti e scissionisti, è fondamentale individuare regole di pubblicità, democrazia e trasparenza.

L’assenza di un confronto interno, del resto, è il sale delle telerisse e la pastura delle scissioni.

In modo sempre più cogente, inoltre, tutti gli schieramenti affiancano alla necessità di avere una leadership quella di un’ampia partecipazione dal basso per poter opportunamente scegliere i rappresentanti e raccogliere le istanze dei cittadini.

Se la seconda Repubblica, infatti, ha avuto il merito di generare forme di democrazia diretta e di alternanza, non ha ancora affrontato la questione della selezione della classe dirigente né quella delle modalità di stabilizzazione del confronto dentro e fuori i contesti istituzionalmente deputati – per dirla con i 75 – “per attuare, integrare ed aggiornare il programma elettorale”.

Diversamente, si potrebbe correre il rischio di amplificare la distanza e il malessere degli elettori che sempre più si esprimono con l’astensionismo; fenomeno questo che, ragionevolmente, non può essere liquidato quale effetto della mancata comprensione di alcune provocazioni culturali -magari fosse così! – né semplicemente compensato ricorrendo al localismo.

Per questo, siamo ora chiamati a fare un passo avanti.

Quali sostenitori di un sistema di esecutivo rafforzato, nell’epoca della concentrazione delle formazioni politiche, non possiamo più affidare il meccanismo di selezione della classe dirigente alla sola legge elettorale ma dobbiamo incidere, in modo determinante, sui processi regolatori dei partiti, fuori dei quali l’alternativa è solo una prospettiva personalistica o lobbistica che impoverisce le istituzioni.

Fuori da pregiudizi e recinti, dobbiamo, dunque, costituzionalizzare i partiti per renderli stabili e duraturi. Proponiamo questo intervento radicale quale contributo primario del PdL al processo di riforme per inserirci nella linea di trasformazione già in atto a livello europeo, dove l’istituzionalizzazione attraverso il riconoscimento della personalità giuridica è prevista dal Regolamento 2004/2003 del Consiglio, che ne subordina l’attuazione ai principi di democrazia interna.

Facendo poi omaggio all’anima socialista, altra cultura fondante il popolo della libertà, permettetemi, inoltre, di citare alcuni passaggi, di assoluta attualità, contenuti nell’ultima intervista resa da Bettino Craxi a Dolcetta: “Le idee necessitano di un forte apparato politico, di un partito strutturato, questa è la lezione che emerge dal fallimento [….] Gli uomini migliori sono quelli che nascono dalle esperienze, dalle lotte, dalla cultura […] Si formeranno sicuramente, a meno che questa democrazia italiana non sia ridotta, proprio sul lastrico della cloroformizzazione teleguidata, e quindi sia resa una democrazia asfittica nella quale non c’è un posto dove incontrarsi, non c’è un giornale dove scrivere, non c’è una sede dove fare un dibattito, non c’è un posto dove votare”[….] Come si organizza la democrazia? Come vive la democrazia? Esiste l’associazionismo democratico che si confronta, si combatte, confligge, non si allea, oppure tutto è destinato progressivamente a isterilirsi in nomenclature che, per sopravvivere, hanno bisogno di comparire in televisione. Non è che non sia necessario ma non possiamo diventare una democrazia interamente teledipendente”.

Dal confronto tra due uomini e, soprattutto, tra due grandi culture politiche nasca finalmente la possibilità di scrivere lo statuto della nuova politica e di proiettare il PdL nel futuro

martedì 20 aprile 2010

Costruire davvero il Pdl. Insieme a Gianfranco Fini


Costruire davvero il Pdl. Insieme a Gianfranco Fini
di Gianmario Mariniello

Visto che va di moda citare le canzoni, parafrasando Gino Paoli possiamo dire che “non eravamo quattro amici al bar”.

La riunione di oggi dei parlamentari provenienti da Alleanza Nazionale – che si è tenuta nella sala della Camera dedicata a Pinuccio Tatarella, padre indiscusso della moderna destra italiana – ha dimostrato che il Presidente Fini non è solo come avevano annunciato quelli più realisti del Re.

Più di cinquanta i parlamentari ex AN che hanno firmato il documento “finiano”. Tanti altri (e non solo ex AN) verranno. L’obiettivo è “riportare il confronto sul piano costruttivo, isolando quanti più o meno consapevolmente stanno in queste ore lavorando per destabilizzare il rapporto tra i cofondatori del Pdl. Per questi motivi confermiamo la fiducia al presidente Gianfranco Fini a rappresentare tali istanze”.

La riunione di oggi ha dimostrato quanto i “finiani” non siano un moloch che ubbidisce ciecamente al Capo, ma un gruppo di persone libere che discute, a volte litiga, ma alla fine sceglie di essere coerente con la propria storia. E con l’obiettivo futuro di avere un grande Pdl, con una missione “nazionale” e con la prospettiva di creare un vero e grande “partito degli italiani” che sappia dare al nostro Paese quelle risposte che aspetta da tanti, troppi anni. Una visione “romantica” della politica. Una visione “per” e non “contro”.

La sfida è stata lanciata: riforme economiche ora e subito, meno tasse e taglio alla spesa pubblica, una grande battaglia per il riscatto del Sud e un grande progetto politico – il Pdl – non per gestire l’oggi, ma per immaginare e governare il domani.

Nessuna scissione o voto anticipato. Gianfranco Fini ha sgombrato il campo da ogni dubbio. “Tradimento”, “voltagabbana”, “irriconoscenti” e robe simili non possono essere accuse rivolte a chi chiede un partito che discute, decide e in tal modo rafforza il Governo.

Poi c’è chi – pur provenendo da AN – ha fatto una scelta diversa. Ma questa è un’altra storia. In cuor loro sono d’accordo con Fini.

Perché Gianfranco Fini è indispensabile per il Pdl


Perché Gianfranco Fini è indispensabile per il Pdl
di Gianmario Mariniello


Proviamo ad adottare strumenti “berlusconiani” per cercare di far comprendere a chi grida “fuori Fini dal Pdl”, quanto sia importante e necessario il contributo del co-fondatore del Pdl alla causa del nostro partito. Mi riferisco ai sondaggi.

A chi afferma con la puzza sotto il naso “quante divisioni ha Fini?”, ricordiamo che chi ragionò in tal modo, il vecchio Baffone in quel di Yalta riferendosi al Sommo Pontefice, non fece una bella fine. Ci vollero quasi cinquant’anni, ma alla fine colui che aveva poche truppe ma antichi e profondi valori (il Papa) prevalse sull’Armata (rossa).

Non vogliamo essere blasfemi, né irriguardosi. Ma invitiamo tutti alla riflessione.

Sondaggi alla mano, in questo momento “Silvio Berlusconi ha un’approvazione pari al 52%, mentre il presidente della Camera, ormai da molti mesi, lo supera attestandosi oggi al 64%”, ci spiega Renato Mannheimer. E attenzione, per giustificare tali “numeri” non si venga a raccontare la solita barzelletta “Fini piace a sinistra” o altre amenità del tipo “Fini prossimo leader del Pd”. Gianfranco Fini ha un seguito “distribuito in tutto l’arco politico, anche se la maggioranza di chi manifesta il suo apprezzamento per il presidente della Camera si professa comunque elettore azzurro”. Ci verrebbe da cantare “Azzurra Libertà”, ma desistiamo. Mannheimer dice che il “Partito di Fini” parte dal 5% e può arrivare al 20%. Poniamo l’asta giusto a metà e fa 12,5%. Più dell’ultimo dato di AN.

Andiamo avanti, un indizio non fa prova piena. Secondo Antonio Noto di IPR Marketing, «senza l’ex leader di An, il Pdl perderebbe il 20% del suo elettorato». Dato che nel 2008 il Pdl prese il 37%, stiamo parlando del 7,4%. Così, senza fare campagna elettorale, senza struttura, senza niente. Un dato statico. Si votasse domani mattina, il Pd potrebbe superare un Pdl senza Fini. Sarebbe uno shock per tutti.

Due indizi fanno pensare. Non bastano? E noi allora insistiamo. Sondaggio Crespi Ricerche per Generazione Italia (giochiamo in casa).

Poniamo caso che il Parlamento decidesse di approvare la “bozza Calderoli”, quella presentata alla festa per l’elezione del figlio di Bossi, per intenderci. Bene, grazie alla bozza del Solone di Bergamo, arriviamo all’elezione diretta del Presidente della Repubblica.

Evviva. Gianfranco Fini convincerebbe quasi un elettore del Pdl su tre, nel caso di un’ipotetica gara con Berlusconi. E con la sua capacità di attrazione nel mondo dell’astensione e dell’elettorato “mobile” – “floating voters”, dicono gli inglesi – si attesterebbe al 26,6% e Silvio Berlusconi “solo” al 24,3. Da non credere.

Infine, un dato statistico. La favoletta del lupo leghista che si mangia i voti di An perché Fini ha una posizione “aperta” sull’immigrazione, è simpatica. Nel senso che fa ridere. Rispetto alle elezioni politiche, il Pdl nel 2010 ha perso 4 milioni di voti. La Lega, pur sfondando in direzione “Roma ladrona”, ha perso 117 mila voti. Non c’è stato alcun travaso, insomma. Semplicemente, i “nostri” se ne son rimasti a casa (è sempre accaduto a FI alle elezioni amministrative), mentre i leghisti sono andati a votare compatti.

Nessun lupo verde, nessun travaso di voti. Solo una favoletta. Buona nemmeno per i bambini. Che – notoriamente – hanno paura del lupo.


Tag: Antonio Noto, Crespi Ricerche, Gianfranco Fini, Pdl, Renato Mannheimer, Silvio Berlusconi

venerdì 16 aprile 2010

Presidente della Camera On Gianfanco Fini


Adesso si gioca a carte scoperte
Flavia Perina

Non è solo la partita delle riforme, non è solo il rapporto con la Lega, il Sud, lo sviluppo, il diritto al dibattito interno, l’irritazione per certe esibizioni cesariste. Non è più la tanto celebrata differenza antropologica tra il tycoon che si è fatto premier e l’ex-ragazzo di Bologna che fa politica dall’adolescenza. Nel gioco a carte scoperte che ieri si è aperto nel Pdl, dopo un anno di schermaglie e mezze verità, c’è un elemento poco valutato dai media e che invece conta moltissimo: la sensazione che senza un atto di “rupture”, di autentica discontinuità nel modus operandi del partito e della maggioranza, i prossimi tre anni possano segnare la fine della storia della destra italiana, sostituita da un generico sloganismo e dall’ottimismo dei desideri in luogo dell’antico ottimismo della volontà. Una delle preoccupazioni principali dei tanti parlamentari “ex An” che ieri si sono affacciati nello studio di Fini per avere notizie e discuterne, era quella che la scelta di aprire una partita trasparente e alla luce del sole con Berlusconi fosse interpretata dai media con il consueto stereotipo del “tradimento”, dell’ingrato che morde la mano che lo ha allevato. Un timore legittimo, visti i precedenti di criminalizzazione di ogni accenno di dibattito, di ogni spunto di riflessione non coincidente con il puro “sissignore”. Ma anche un complesso da superare, una volta per tutte. Il mondo che Gianfranco Fini ha portato nel “mare aperto del Pdl”, invitandolo a fare politica finalmente in un contesto maggioritario, fuori dall’antico schema della minoranza assediata, ha tutte le qualità e i numeri per chiedere rispetto e agibilità: quando esprime un’idea come quando si deve concordare una lista.
È un mondo che quando parla di economia non può accontentarsi di argomentare la tesi “meno male che c’è Tremonti”, perché ha una sua analisi e sue specifiche proposte che vorrebbe vedere almeno ascoltate, se non discusse. È un mondo che quando parla di legalità ha in mente Borsellino e non la tempistica del processo Mills. È un mondo che se parla di giovani, e scuola, e precari, non si accontenta di dire “abbiamo fatto la rivoluzione del merito” perché sa che non è vero, che l’Italia è uno dei Paesi più immobili d’Europa e che se non si rimette in moto l’ascensore sociale ci perderemo per strada una generazione intera. È un mondo che è cresciuto nel più assoluto rispetto dell’unità nazionale e trova difficile inghiottire i rospi di certe provocazioni leghiste, né capisce perché dovrebbe farlo: la Lega ha al Nord il 13 per cento, circa quanto il vecchio Msi aveva a livello nazionale, e se si “spalma” questa percentuale su tutta Italia ha il 4, forse il 5 per cento. Le corsie preferenziali che le sono state aperte sono numericamente immotivate e politicamente disastrose per chi, in Veneto o in Lombardia, deve difendere le liste del Pdl dalla concorrenza del Carroccio.
Un anno fa, appoggiando senza riserve la scelta del nuovo partito unitario, la metafora che noi del “Secolo” usammo fu: ora chi ha più filo da tessere, tessa. Scommettavamo su noi stessi, sulle nostre capacità e competenze, sulla qualità e moralità della nostra classe dirigente. Ieri abbiamo visto uno come Vincenzo Zaccheo, sindaco di Latina dove il Msi era maggioranza relativa già nel ‘93, prima di An, mandato a casa dalle manovre del senatore Claudio Fazzone, padrino politico di Fondi, un Comune indicato dal Prefetto (non da Santoro o Floris) come infiltrato dai casalesi e candidato da Maroni (non dalla Gabanelli o dalla Dandini) allo scioglimento e al commissariamento. Dov’è la tela che dovremmo tessere? Dove il luogo e il modo di far valere le nostre idee e le nostra capacità? Su questo giornale, per fare qualche esempio a caso, abbiamo dovuto difendere una come Renata Polverini dall’accusa di portare una giacca rossa. Uno come Fabio Granata dall’accusa di essersi iscritto al popolo viola. Italo Bocchino ha scoperto di essere stato seguito dai servizi. Della sottoscritta si è scritto che «ha tradito Rauti per un posto in Parlamento», poltrona che ha avuto quindici anni dopo l’uscita di Rauti dal partito. E potremmo continuare per mille righe.
Ecco, questo è il nocciolo della partita. Poi, gli appassionati si dedichino pure ai retroscena, alla conta dei numeri, al gioco delle ricuciture possibili. Il comunicato diffuso ieri da Gianfranco Fini ha chiarito che, comunque vada, sarà garantito pieno sostegno al governo per tutta la legislatura: anche questo – la lealtà – è elemento distintivo del nostro dna, irrobustito da antiche esperienze scissioniste che radicarono tanti anni fa il disprezzo per la categoria del tradimento. Su tutto il resto, finalmente si gioca a carte scoperte.

giovedì 15 aprile 2010

Presidente della Camera Gianfranco Fini


Fini: Berlusconi deve governare fino a termine legislatura
di Gianmario Mariniello

Rispetto per gli elettori: ”Berlusconi deve governare fino al termine della legislatura perche’ cosi’ hanno voluto gli italiani”. E grande fiducia nei confronti del Popolo della Libertà “che ho contribuito a fondare, e’ lo strumento essenziale perche’ cio’ avvenga”.
Lo ha affermato il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, in seguito al pranzo tenutosi oggi con il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
“Pertanto – continua Fini – il Pdl va rafforzato, non certo indebolito”. Il Presidente della Camera “vola alto”: “Cio’ significa scelte organizzative ma soprattutto cio’ presuppone che il Pdl abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale, attento alla coesione sociale dell’intero Paese, capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalita’ e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto piu’ possibile condivise”.
La partita è ovviamente ancora aperta e nei prossimi giorni vi saranno sviluppi decisivi per il futuro della Legislatura e del Paese: “Ho rappresentato tutto cio’ al Presidente Berlusconi. Ora egli ha il diritto di esaminare la situazione ed io avverto il dovere di attendere serenamente le sue valutazioni”, ha concluso Gianfranco Fini.
Successivamente, il vice capogruppo del Pdl, Italo Bocchino, conversando con i cronisti fuori Montecitorio, ha messo il punto sulle voci che da ieri parlano di gruppi autonomi “finiani” sia alla Camera che al Senato: “Gruppi parlamentari autonomi vicini a Gianfranco Fini potrebbero essere questioni successive in presenza di risposte negative rispetto alle questioni politiche poste. I parlamentari vicini a Fini sono consapevoli che serve un coordinamento per rafforzare il Popolo della liberta’”.
In ogni caso e’ fuori discussione “la lealtà a Governo e maggioranza” e, dice ancora, “mi sento di escludere categoricamente qualsiaisi ipotesi di crisi di governo”. Infine ricorda il comunicato diffuso dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, “escludendo la richiesta di dimissioni di Fini da presidente della Camera”. Per Bocchino quello in campo “è un problema di linea programmatica e una questione organizzativa. Non si discute della lealtà alla maggioranza, ma non è possibile per esempio – aggiunge Bocchino – che il fondatore del Pdl veda per ultimo la bozza sulle riforme. Non è questo il metodo per costruire un grande partito”.
In serata, il Presidente del Senato fa un’uscita un po’ azzardata: “Se la maggioranza si divide si torna alle urne”. Pronta la replica di Bocchino: “Il presidente del Senato Schifani sa bene che ai sensi della Costituzione attualmente vigente in Italia si va alle elezioni anticipate soltanto in caso di assenza di una maggioranza e non quando emergono divisioni interne alla maggioranza”.