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venerdì 16 luglio 2010

Ma è in Puglia che si deciderà il futuro…


Ma è in Puglia che si deciderà il futuro…
di Salvatore Tatarella


"Articolo pubblicato sul numero di luglio della rivista “Formiche”


Dove va e che farà Gianfranco Fini? Sono in molti a porsi oggi questa domanda. Naturalmente se la pone anche Silvio Berlusconi che, però, spesso ama scherzare anche sulle questioni più serie, affidandosi a qualche barzelletta. E così, da qualche settimana e per sua iniziativa, circola insistentemente quella dell’ex missino che, per sapere cosa intenda fare l’amico Gianfranco, si rivolge speranzoso alla lampada di Aladino. Barzellette a parte, prima ancora che interrogarsi su cosa voglia fare Gianfranco Fini, credo che il premier farebbe bene a riflettere meglio su cosa intenda fare lui per primo. Abbiamo appreso che conta di vivere sino a 120 anni e che intende governare ancora a lungo, perché in Italia, sia nell’opposizione che nella sua stessa coalizione, non c’è uno che possa fare come e meglio di lui. Naturalmente, il Cavaliere questi propositi si è ben guardato dall’esporli all’Ufficio di Presidenza o alla Direzione nazionale del suo partito. Fedele al suo personaggio, ha preferito una più amicale cena, non ricordo bene, se a Roma, con gli impomatati ragazzotti e le scosciate ragazzotte dei suoi Promotori della Libertà, o nella capitale della Bulgaria, con il critico d’arte Vittorio Sgarbi e l’ex gorilla Boyko Borisov, oggi premier di quel paese. Anche noi, prima di guardare alle intenzioni di Fini, dovremmo cominciare a riflettere su quelle di Silvio Berlusconi. Senza inutili allarmismi e augurandogli personalmente anche 150 e più anni di vita, ma con la maturità e il senso di responsabilità, che sempre debbono connotare la classe dirigente di un partito, che conserva l’ambizione di guidare ancora e a lungo il nostro Paese, anche dopo e senza Silvio Berlusconi. Capisco
che un tema come questo possa infastidire e indignare la categoria dei giullari e dei cortigiani che, in ogni epoca, ha sempre affollato le anticamere del potere. A loro basta e avanza la favola gioiosa del Cavaliere invincibile e immortale. Per chi, invece, voglia vedere oltre la corte e oltre il proprio naso questa è la questione prioritaria e direi dirimente. Cosa voglia fare Silvio Berlusconi è fin troppo chiaro. Perché lo ha già detto più volte; perché, per storia, carattere e formazione, non è uomo che si metta spontaneamente da parte; perché, infine, non ha altre alternative.
Infatti, nemmeno in questa legislatura riuscirà a fare quelle riforme, sempre promesse in ogni campagna elettorale, a cominciare da quella lontanissima del 1994, e mai realizzate: liberalizzazioni, riduzione della pressione fiscale, riforma dello Stato. Non andrà a segno nemmeno l’agognata riforma presidenzialista, per farsi eleggere Capo dello Stato direttamente dal popolo. Non gli resta, quindi, che presentarsi ancora candidato premier anche alle prossime elezioni politiche del 2013. Per la sesta volta consecutiva e diciannove anni dopo la sua prima e storica discesa in campo. Può vincere ancora? La risposta, ovviamente, Berlusconi già se l’è data. Vincerà di sicuro. Il suo ego non ammette alternative. La stessa domanda, però, è giusto che se la pongano anche il Pdl, tutto il centro destra italiano, e anche tutta quella vasta opinione pubblica, non necessariamente di centrodestra, che ha a cuore i destini del Paese. Domanda complessa e difficile, che postula una risposta meno tranciante e meno sbrigativa di quella verosimilmente data da Silvio Berlusconi. Lo scenario del Paese sta cambiando profondamente. Non è più quello che ha accompagnato sino a ieri i successi elettorali di Berlusconi. La crisi economica ha cominciato a far sentire i suoi morsi e, dopo le vacanze, si svelerà in tutta la sua drammaticità, con aziende sull’orlo della chiusura e con migliaia e migliaia di lavoratori a rischio licenziamento. Dovremo cominciare a ridurre per davvero le nostre spese, a cambiare il nostro stile di vita e a rinunciare, speriamo solo temporaneamente, a lussi, privilegi e comodità, alle quali ci eravamo da tempo assuefatti e che mai avremmo pensato di dover un giorno abbandonare. Gli anni che ci separano dalle prossime elezioni, pertanto, saranno anni duri, di conflitti sociali aspri e difficili. Penso che non sia un atto di lesa maestà, ma solo di preveggente buon senso, se, sin da ora, ci interrogassimo su “come e con chi” affrontare quella difficile scadenza.
La crisi economica, intanto, rischia di rimettere in pista la sinistra. I risultati elettorali della Sardegna, seppur parzialissimi, sono un primo, piccolissimo segnale d’allarme. E a sinistra, sembra vada formandosi qualcosa di nuovo. Berlusconi, forse, ancora non se n’è accorto, ma in Puglia le urne, e qualche plateale e imperdonabile errore dei suoi modesti luogotenenti locali, hanno svelato un nuovo leader. E’ Nichi Vendola, gay, cattolico e governatore di una delle regioni più vivaci e moderne del sud. Non nasce, come in passato è sempre accaduto a sinistra, da una selezione interna al partito o al sindacato. Non è espressione della nomenclatura. Anzi, a questa si è opposto con successo, appellandosi al popolo e sbaragliando alle primarie gli apparati e le truppe organizzate di Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, che in ogni modo e sino all’ultimo avevano tentato di sbarrargli il passo. Vendola non è affatto pago del successo ottenuto. Vuole di più e ha già avviato, prima dello stesso Bersani e di chiunque altro, la sua campagna per le primarie del centrosinistra, del quale vuole essere il candidato premier nel 2013. E’ presto per dire se ci riuscirà. In ogni caso, egli si rappresenterà come il volto nuovo della sinistra. Il volto di un irregolare, di un mistico, di un profeta. Ambizioso, cattolico, poeta e omosessuale dichiarato, ha una solida cultura umanistica, assai lontana da quella delle telenovelas e dei reality d’importazione americana. Predica la fine dei partiti, buca il video, incanta i salotti, infiamma le piazze. Suscita emozioni forti e sa parlare ai giovani, alle donne, ai deboli. Ha saputo costruire un ottimo rapporto con molti esponenti della cultura, dell’arte e della scienza. Nonostante la sua omosessualità, ha un buon rapporto anche con il mondo cattolico. Forse più intenso e, per alcuni versi, più autentico di quello soltanto esibito da molti esponenti del centrodestra. Per raggiungere il suo scopo ha fondato un suo piccolo partito e una organizzazione assai flessibile di piccoli gruppi e movimenti spontanei diffusi sul territorio, le “fabbriche di Nichi”.
Per il centrodestra potrebbe essere un avversario molto ostico. Innanzitutto, perché sarà sottovalutato. Come per due volte di seguito ha fatto Raffaele Fitto, la ex protesi del Cavaliere, collezionando due cocenti e consecutive sconfitte. Poi, perché, soprattutto rispetto a Berlusconi, alla sua sesta candidatura consecutiva, gli riuscirebbe assai facile rappresentarsi come il nuovo della politica, il Barack Obama italiano. Egli metterebbe in campo proprio la forza dirompente della novità, la stessa che ha reso sino ad oggi invincibile Silvio Berlusconi e che il Cavaliere non può più rappresentare, dopo aver dominato e caratterizzato gli ultimi vent’anni di vita italiana. Sbaglierebbe di molto il Cavaliere se pensasse di poter vincere agevolmente la partita contro Vendola, solo perché questi è gay, radicale, estremista e comunista. Nichi non è un estremista, non è un radicale, e anche i comunisti sono ormai una categoria del passato, che sopravvive solo nel lessico del Presidente del Consiglio. È pur vero che l’Italia, dal dopoguerra a oggi, ha sempre espresso una maggioranza elettorale moderata e non di sinistra e che, in tale contesto, sarebbe assai difficile ipotizzare una vittoria di un leader dichiaratamente di sinistra come Vendola. Questo è vero, se si ha riguardo solo ai tradizionali serbatoi elettorali della sinistra, il bracciantato agricolo nel sud e le classi operaie delle grandi fabbriche nel nord, ma questa Italia non esiste più da tempo. Classi sociali ed elettorati oggi sono molto più simili e omogenei di prima. La sinistra ha perso negli ultimi vent’anni, anche perché non si è resa pienamente conto dei grandi cambiamenti intervenuti nella società italiana. Il suo elettorato di riferimento stava cambiando e la sinistra non se ne avvedeva. Vendola, invece, sembra essersene reso conto per primo. Il suo elettorato non è più solo quello tradizionale della vecchia sinistra, e meno che mai la sua frazione estrema e radicale, ma quello, molto più vasto, che, in larga parte, confina e coincide con quello del centro destra. Un elettorato di giovani e di donne, di commercianti, impiegati, artigiani, agricoltori e professionisti, sostanzialmente borghese, urbano e moderato, ma deluso, preoccupato, spaventato e in cerca di coraggiose e innovative risposte ai nuovi e pressanti problemi posti dalla società. Un elettorato anche assai mobile e poco ideologizzato, che vota, scegliendo di volta in volta l’offerta politica più convincente e il leader al quale affidarsi. Per gli ultimi vent’anni ha scelto sostanzialmente sempre e solo Silvio Berlusconi, ma domani, di fronte a un leader nuovo, più giovane, e sopratutto capace di suscitare nuovi sogni e nuove rappresentazioni, potrebbe fare scelte diverse.
Per evitarle e prevenirle, a Gianfranco Fini non resta che scendere in campo in prima persona e lanciare la sfida della sua leadership.
Al Pdl, a tutto il centrodestra e al Paese intero. Subito, senza timori e senza ulteriori cautele e tatticismi. Il tempo, ormai, corre veloce e Fini potrebbe averne anche poco a sua disposizione. Invero, a tanto avrebbe già dovuto pensare per tempo lo stesso Silvio Berlusconi che, però, come spesso è accaduto ai grandi della storia, non ha mai pensato a costruire la sua successione. Anzi, egli continua a pensare di essere indispensabile al Paese e a protrarre oltre ogni limite la sua stagione politica. Da qualche tempo, Fini lancia segnali, pone problemi, suscita discussioni. Storica, perché del tutto impensabile per un uomo come Silvio Berlusconi, la sua mano alzata e la sua sfida, quasi fisica, alla Direzione Nazionale del Pdl. Quella di Fini, a volte, è una salutare azione di stimolo, a volte, di freno. Le sue posizioni in tema di Mezzogiorno, difesa dell’unità nazionale, lotta alla criminalità organizzata, prerogative del Parlamento e libertà di stampa sono state tutte esemplari e di generale consenso, ma resterebbero pur sempre poca cosa, se non fossero espressioni di un disegno più grande e più vasto. Quello di rappresentare la continuità del centrodestra dopo Silvio Berlusconi, il ritorno alla normalità di un centrodestra plurale, europeo e democratico, dopo l’avventura straordinaria e necessariamente unica del suo fondatore. Non si tratta solo di soddisfare una pur legittima ambizione personale. È molto, molto di più. È la sola, possibile risposta da destra a una sinistra nuova e diversa. La sola carta spendibile per una destra, che non voglia assistere, ferma e vecchia, al suo prematuro tramonto. Fini, dunque, è finalmente giunto innanzi al Rubicone della sua vita. O lo varca e si impone come leader di un nuovo centrodestra italiano, o resta imbrigliato, forse per sempre, nella palude di un tatticismo esasperato e inutilmente prudente. Con lui non ci sono più gli ex colonnelli, che lo hanno abbandonato, compiendo una scelta comoda e miope. Con lui, invece, c’è una nuova linfa vitale, c’è il consenso fresco, forte e convinto di una larghissima e matura opinione pubblica. Sono le sue nuove e più fedeli legioni. Quelle che, forse, solo vent’anni fa, quando era ancora il leader di una destra minoritaria e radicale, non lo avrebbero degnato nemmeno della loro attenzione, ma che oggi guardano con grande interesse al solo leader italiano, che ha dimostrato di saper guardare lontano, non temendo di tagliare, se necessario, qualche inutile e vecchio legaccio. Dargli il giusto consiglio su “come e quando” lanciare i suoi dadi, non è facile, anche se una cosa resta certa. Le leadership non si ereditano, si conquistano. E il momento sembra essere giunto. O si pone ora alla guida di un nuovo e moderno centro destra, conquistando e costruendo quel partito che ancora non c’è, o sui colli di Roma spunterà presto un nuovo leader. E questa volta potrebbe non essere di destra.

venerdì 7 maggio 2010

Quanti spifferi nel Pdl…



Quanti spifferi nel Pdl…
di Fabrizio Tatarella


Nel Pdl è scoppiato il finimondo perché Gianfranco Fini ha rivendicato il suo diritto a dissentire. Vuole creare una sua corrente, hanno gridato scandalizzati i cortigiani di Silvio Berlusconi.
Una novità per il Pdl? Assolutamente, no. Prima di La Russa e prima di Fini, il Pdl registrava già un nutrito elenco di correnti. Vediamo quali. Cominciamo dalle più antiche e strutturate, quella di Gianni Alemanno, raccolta intorno alla Fondazione “Nuova Italia”, quella di Maurizio Gasparri, raccolta intorno all’associazione “Italia Protagonista”, quella di Roberto Formigoni, con la fondazione “Europa e Civiltà” e quella di Lupi “Rete Italia”, vicine a Comunione e Liberazione.
Attive da anni, organizzano convegni, seminari e convention, radunando periodicamente iscritti e sostenitori da tutta l’Italia. Ad ognuna di queste correnti fanno riferimento parlamentari nazionali e europei, consiglieri e assessori regionali, amministratori e consiglieri comunali di ogni parte d’Italia. Ognuna di queste correnti raccoglie fondi e donazioni in proprio e esprime la sua, quanto si tratta di nomine e di incarichi di sottogoverno e negli enti locali e regionali.
Oltre queste, e come queste, si contano ancora: i “Promotori della Libertà” di Michela Brambilla e Bondi o “Taske Force Italia” di Frattini, Valducci, Straquadanio, correnti di stretta osservanza berlusconiana. Ancora Altero Matteoli con la Fondazione “Libertà per il bene comune”, Gianfranco Fini e Adolfo Urso con “Farefuturo”, Gaetano Quagliariello e Alfredo Mantovano con “Magna Charta”. Vi sono le correnti degli ex socialisti: quella di Renato Brunetta, con “Free Foundation”, quella di Fabrizio Cicchitto, con “Riformismo e Libertà”, quella di Stefania Craxi, con la Fondazione “Bettino Craxi”, fino a “Noi Riformatori” di Colucci. Ancora “I cristiano riformisti” di Mazzocchi, quella dell’ex socialdemocratico Carlo Vizzini, “Riformisti europei”, quella di Giulio Tremonti, con la fondazione “Respublica”, e quella di Giuseppe Pisanu, con la fondazione “Medidea”. Nessuno ha mai obiettato e protestato. Perché tanto clamore intorno a Gianfranco Fini?
Perché tanto scandalo intorno a “Generazione Italia”?

giovedì 6 maggio 2010

Serve una scossa dal territorio. Per rafforzare il Pdl


Serve una scossa dal territorio. Per rafforzare il Pdl
di Sofia Ventura


Ieri, con un’intervista a “Il Giornale”, il Ministro del Turismo Maria Vittoria Brambilla, in particolare nella sua funzione di responsabile delle Iniziative Movimentiste (sic!) del Pdl è intervenuta sul tema del ruolo di circoli, movimenti e correnti. Naturalmente, al Ministro Generazione Italia non piace e questo non sorprende. Ritiene anche che il ricorso a Internet costituisca un’imitazione di quanto già fatto con successo da Berlusconi, e magari si potrebbe sommessamente rammentare che la rete costituisce già da tempo uno strumento ampiamente utilizzato in politica, si potrebbero ricordare Ségolène Royal, Nicolas Sarkozy, Barack Obama, il fenomeno del grillismo, eccetera, eccetera. Ma non è questo il punto che più ci interessa.

Ciò che più di rilevante si trova nell’intervista del Ministro è costituito dalla sua breve spiegazione del ruolo dei Promotori della Libertà. Brambilla parla di un “movimentismo ufficiale” che risponde direttamente al leader del partito Berlusconi ed è affidato per la sua organizzazione a Ministri del governo. I Promotori della libertà vengono indicati come strumento per “allargare e radicare sul territorio il consenso del Pdl”. Eppure, è chiaro che si tratta di una struttura parallela al partito che, direttamente a disposizione del leader, può mettere sotto pressione il partito (e sappiamo del malcontento che nel Pdl tale struttura suscita) e può consentire un’azione “a prescindere” dal partito. Ma tale “movimentismo” indotto e controllato dall’alto non contribuisce a rivitalizzare e articolare in modo più compiuto il partito al suo interno. Esso, piuttosto, riflette una concezione della politica, non solo centrata sul leader (e su questo nulla di strano, siamo di fronte ad una tendenza generalizzata nella politica occidentale), ma che non riconosce le importanti funzioni che i partiti politici possono e devono svolgere anche in un contesto di politica “presidenzializzata”, dal reclutamento all’elaborazione delle politiche. Una concezione che attribuisce al leader una sorta di potere “assoluto” e tende a concepire l’organizzazione-partito come qualcosa di fluido, che può essere plasmato e riplasmato di continuo, per impedire che si creino spazi non direttamente controllati dall’alto. In poche parole, una concezione che vorrebbe perpetuare all’infinito le dinamiche dei partiti carismatici “puri” (ma sappiamo che questi partiti se rimangono tali sono destinati a scomparire con il leader fondatore), senza procedere ad alcuna istituzionalizzazione.

Non dubitiamo che questa visione crei gli entusiasmi del Ministro Brambilla e di quanti ancora non hanno voluto cominciare ad immaginare per il Pdl una vita “propria”, ma per chi crede che anche il futuro conti, è necessario continuare a porre all’ordine del giorno il tema di cosa sarà, e come sarà organizzata, la destra italiana negli anni a venire.

mercoledì 28 aprile 2010

Generazione Italia sta arrivando sul territorio…


Generazione Italia sta arrivando sul territorio…
di Gianmario Mariniello


Siamo (quasi) pronti. Abbiamo deciso di fare un passo indietro, annullando la Convention prevista a Perugia l’8 e il 9 maggio, per fare due passi avanti. Abbiamo infatti deciso di organizzare la rete di Generazione Italia sul territorio. Di più. Appena la nostra raccolta di firme “io sto con Fini” arriverà a quota mille, organizzeremo a Roma una grandissima Convention cui inviteremo tutti i firmatari. Sarà un evento aperto ovviamente anche a tutti quelli che vorranno essere presenti.

Andiamo per ordine: la Convention di Perugia è stata superata dai fatti recenti. Il “concept” di quell’evento non era più adeguato ai tempi. La politica ha i suoi tempi e i suoi modi e così abbiamo deciso di rilanciare in grande.

Nei prossimi giorni apriremo le adesioni on-line (tutti gli aderenti dovranno accettare due clausole: 1. essere dirigenti, militanti, simpatizzanti o elettori del Pdl; 2. non avere precedenti penali). La quota di adesione sarà di 10 euro.

A breve verrà messo in rete il comitato fondatore di Generazione Italia, che provvederà poi a nominare i rappresentanti regionali, che a loro volta potranno nominare rappresentanti provinciali. Dopo questi necessari “passaggi” organizzativi, daremo il via libera alla costituzione dei circoli in ogni città, con modalità che spiegheremo a breve.

Metteremo on-line le pagine di “Generazione Italia sul territorio”, divise per regioni, che verranno costantemente aggiornate con l’attività delle strutture periferiche e dei circoli territoriali.

Insomma, una settimana, massimo dieci giorni, e si parte! Allacciate le cinture. Destinazione futuro!